Storia del Diritto Medievale e Moderno: I nuovi codici italiani

I nuovi codici italiani


Nel periodo fascista l'Italia visse un'intensa stagione codicistica. La definizione e la promulgazione di nuovi codici riguardò innanzi tutto il settore penalistico. 
La scienza italiana di diritto penale era dominata in quegli anni dall'indirizzo tecnico-giuridico.
Nel 1925 il ministro Arturo Rocco istituì una commissione, la quale alla fine del 1930 terminò i propri lavori dopo aver elaborato il progetto del codice penale.

Il codice penale, noto come codice Rocco, presenta certamente aspetti di continuità con la cultura penalistica liberale, evidenti soprattutto nelle garanzie formali di legalità, con il riconoscimento dei princìpi della legalità della pena, dell'irretroattività della stessa, della tassatività del reato, del divieto di interpretazione analogica; allo stesso tempo in esso non si trovano norme repressive espressione dei regimi totalitari, come quelle, approvate nella Germania nazista, che legittimavano la magistratura ad incriminare ogni comportamento ritenuto inadeguato alla rigida obbedienza al governo.
Per il codice Rocco, al contrario, il fine vero della funzione repressiva era la difesa e la conservazione dello Stato, un fine che era connaturato alla sovranità dello Stato e che, quindi, doveva intendersi prevalente rispetto alla garanzia dei diritti individuali. 

Di qui le numerose violazioni di princìpi liberali, come la previsione di responsabilità oggettive, di reati di pencolo, di misure di sicurezza indeterminate e il ripristino della pena di morte. 
Per quanto, infine, riguarda le forme punitive, il codice adottò il cosiddetto sistema del «doppio binario», per il quale alla pena retributiva era affiancata la misura di sicurezza; quest'ultima, dipendendo da un dato non oggettivo ma soggettivo, vale a dire la valutazione della pericolosità sociale del reo,finiva per attribuire allo Stato un ulteriore strumento per far prevalere il fine della propria difesa su quello delle garanzie individuali.


Dal canto suo la dottrina civilistica rifletteva da tempo sulla necessità di riformare il codice del 1865. Ed al contempo proseguiva il dibattito tra civilisti e commercialisti sull'opportunità di fondere i due codici o dar vita ad un codice unico delle sole obbligazioni.
Queste diverse posizioni trovarono espressione nella commissione incaricata della revisione del codice civile. Nel giugno 1924 il governo istituì una commissione per la preparazione dei testi dei nuovi codici.
Vittorio Scialoja, si occupò del codice civile. Sostenitore dell'indirizzo sistematico-dogmatico di impianto pandettista, Scialoja impostò i lavori della commissione senso di conservare sostanzialmente immutato l'impianto del codice del 1865, limitandosi ad accogliere solo modifiche parziali.
Nel marzo del 1942 il progetto definitivo fu approvato e il nuovo codice civile entrò in vigore il 21 aprile dello stesso anno.
Il codice presenta importanti novità. Sul piano formale, operò l'unificazione del diritto civile con il diritto commerciale, dato che incluse una larga parte delle materie contenute nel precedente codice di commercio, ad esclusione sia della disciplina del fallimento, che fu assegnata ad una legge allegata al codice medesimo.
Così , il codice respinse la postazione sistematica del BGB, rifiutando in particolare ogni riferimento al concetto di negozio giuridico.

Concentrò la normativa sul contratto quale «centro della vita degli affari» che conferisce regole e disciplina alle iniziative individuali e collettive (Ferri). 
Il codice, dunque, scelse di fondarsi non già su una costruzione dogmatica ed astratta, bensì su uno strumento di primaria importanza per la vita produttiva della Nazione.

Insieme con il codice civile entrarono in vigore nel 1942 il codice di procedura civile e il codice della navigazione. Per quanto riguarda il primo è da attribuirgli :il carattere squisitamente dottrinale e sistematico del nuovo testo nel quale fu accentuato «il contenuto pubblicistico del giudizio civile» mediante l'incremento del ruolo del giudice e l'attribuzione di «un maggior spazio al pubblico ministero».
I codice della navigazione, infine, fu definito da una commissione presieduta da Antonio Scialoja (1879-1962), sostenitore da un canto dell'unificazione della normativa sul commercio marittimo e di quella su commercio aereo, dall'altro della separazione dal diritto commerciale della materia della navigazione nella quale aspetti privatistici si incontrano con momenti pubblicistici. 



Argomentazione approfondita prendendo come riferimento Caravale, M., 2012. Storia del diritto nell'Europa moderna e contemporanea. 5th ed. Roma: Laterza.