Storia del Diritto Medievale e Moderno: Gli altri Codici Francesi e Codice Austriaco

Altri codici

II codice civile inaugurò in Francia una fiorente stagione di codificazione. Nel 1806 venne promulgato il codice di procedura civile il cui testo fu redatto al termine di un lungo iter iniziato nel 1797 .
La costituzione del 1791 aveva recepito una serie di decisioni adottate dall'Assemblea Nazionale, dietro sollecitazione di cahiers de doléance, in merito all'indipendenza del giudiziario dal legislativo e dall'esecutivo, alla gratuità dei processi alla regola del giudice naturale, al diritto di ricorso all'arbitrato, all'istituzione dei giudici di pace, all'unicità del tribunale di Cassazione. E la costituzione del 1795 aveva confermato ed integrato queste norme.
Infine il senatoconsulto del 18 aprile 1804 aveva sottratto la disciplina dell'ordinamento giudiziario alla costituzione, attribuendola alla legge ordinaria, e aveva denominato il Tribunale di Cassazione Corte di Cassazione e i Tribunali d'appello Corti d'appello.
Il codice prevedeva un processo scritto con importanti momenti di trattazione orale, un processo liberale, nel senso che la sua gestione era assegnata alle parti, mentre il magistrato finiva per svolgere una funzione marginale che non gli consentiva di guidare il procedimento.


La necessità di pervenire ad un diritto uniforme in tutte le regioni francesi era avvertita arche in un altro settore, quello dei rapporti commerciali.
Di qui la volontà del governo francese di redigere un codice di commercio.
Articolato in quattro libri - commercio terrestre, commercio marittimo, fallimento, giurisdizione commerciale -, il codice presenta alcuni interessanti aspetti di originalità che la dottrina e la storiografia hanno messo in rilievo.

Il diritto commerciale non era più il diritto dei commercianti, bensì il diritto che disciplinava gli atti commerciali da chiunque questi fossero compiuti. 
Ancora più evidente, allora, sarebbe nel codice di commercio quel passaggio da un'impostazione soggettiva ad una oggettiva che abbiamo già segnalato per il codice civile.
I redattori del codice di commercio, invece, adottarono la medesima impostazione seguita dal' codice civile: i naturali collegamenti tra le due materie li sollecitarono - se non imposero - a forgiare il diritto mercantile nei termini generali ed astratti degli istituti, i quali potessero legarsi e coordinarsi con quelli del codice civile.

La generalità, l'astrattezza, la chiarezza, la semplicità della norma furono ancora una volta l'obiettivo dei codificatori. 

La codificazione della materia penalistica era stata promossa sin dai primi tempi della Rivoluzione francese sull'onda della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino che aveva fissato l'uguaglianza della legge per tutti i cittadini (art. 6), il principio di legalità delle pene (art. 7), la non retroattività della legge penale (art. 8), la presunzione di innocenza dell'accusato (art. 9). I codificatori definirono in maniera più netta di quanto non fosse stato fatto con la Leopoldina la distinzione tra diritto sostanziale e diritto processuale.
Al primo fu dedicato il codice approvato dall'Assemblea legislativa nel 1791. Esso prevedeva l'uguaglianza delle pene per tutti i cittadini, con la conseguente abolizione della diversificazione cetuale e personale che aveva caratterizzato l'antico regime; definiva la fissità delle pene.
Nel 1795, poi, fu approvato il codice di procedura penale che disegnava una disciplina nettamente diversa da quella tradizionale: cancellava, infatti, il sistema delle prove legali sostituendolo con il principio del libero convincimento del giudice, forgiava un procedimento esclusivamente orale.

Il codice prevedeva due forme di giuria, una di accusa e una di giudizio; a quest'ultima, composta da 12 cittadini scelti all'interno di liste votate dal corpo elettorale, spettava il verdetto, mentre i giudici togati erano competenti a determinare la pena.
Questi codici costituirono il punto di partenza della codificazione napoleonica incatena penale. Nel 1808 fu approvato il Code d'instruction criminelle.
La soluzione finale fu l'abolizione della giuria d'accusa e la conservazione di quella di giudizio, con alcune eccezioni per particolari reati.
Nel 1810, infine, fu promulgato il codice penale. Rispetto al codice del periodo rivoluzionario esso presenta elementi di continuità nella conservazione della tripartizione dei fatti illeciti, della natura delle pene e del principio di legalità, anche se quest'ultimo sarà violato da un decreto del 3 marzo 1810 che autorizzò il governo a incarcerare fino ad un anno soggetti ritenuti pericolosi.

Nel periodo napoleonico l'intera penisola italiana entrò a far parte della sfera politica francese. Tale partecipazione presenta tre forme diverse. Alcune regioni furono direttamente acquisite, in momenti successivi, dall'Impero francese. Altre furono riunite in uno Stato indipendente, intitolato prima Repubblica Italiana (1802-1805), poi Regno d'Italia. In queste regioni, in momenti successivi, entrarono in vigore i codici francesi, con formali promulgazioni nei Regni d'Italia e di Napoli.

Il movimento per la codificazione nei primi due decenni del secolo XIX non riguardò soltanto la Francia e la penisola italiana; esso si affermò anche nell'Impero austriaco con risultati particolarmente interessanti. Nel 1803 Francesco I (1792-1835) promulgò il Codice penale universale austriaco.
Esso prevedeva solo due tipi di pena, la pena capitale e il carcere.

All'inizio del secondo decennio del secolo XIX giunse anche a conclusione il lungo e difficile processo di codificazione del diritto civile che, come sappiamo, era iniziato nell'Impero austriaco con Giuseppe II.
Il testo entrò in vigore nel febbraio 1797 nella Galizia occidentale come Westgaliziscòes Gesetzbuch (WGGB) e nel settembre successivo fu esteso alla Galizia orientale. Nel 1801 gl'imperatore Francesco I conferì ad una commissione presieduta dal giurista Franz von Zeiller (1751-1828) il compito della revisione del testo.

Il codice è composto di 1502 paragrafi divisi in tre parti, rispettivamente dedicate all'Introduzione e al diritto delle persone, al diritto sulle cose, alle disposizioni comuni ai diritti delle persone e ai diritti delle cose.
Ispirato dal pensiero giusnaturalista di Immanuel Kant.
L'ABGB mediò tra l'obiettivo dell'uniformità giuridica e il rispetto delle tradizionali libertà facendo ricorso allo strumento del rinvio ad altre fonti giuridiche, strumento che risulta previsto da ben 75 paragrafi.

La disciplina adottata dall'ABGB si differenziava sotto più aspetti da quella del codice francese. Nel campo dei diritti reali, ad esempio, forte si presentava la persistenza della tradizione. 


Argomentazione approfondita prendendo come riferimento Caravale, M., 2012. Storia del diritto nell'Europa moderna e contemporanea. 5th ed. Roma: Laterza.