Storia del Diritto Medievale e Moderno: Il Regime Fascista

Il Regime Fascista in Italia


Nel corso del primo conflitto mondiale l'ordinamento costituzionale italiano aveva conosciuto alcune novità dovute allo stato di guerra.
In altre parole, l'Italia in guerra aveva conosciuto un incremento dell'autorità del governo, una riduzione del ruolo del Parlamento, un appannamento dei princìpi, giuridici ed economici, liberali.

Il timore che la debolezza del sistema liberale aprisse le porte in Italia ad una rivoluzione sociale analoga a quella affermatasi in Russia con la vittoria dei bolscevichi indusse la maggior parte della borghesia agraria e importanti ambienti dell'imprenditoria industriale a sostenere il movimento fascista che prometteva ordine sociale, da conseguire anche con la violenza, repressione del movimento socialista e un governo autoritario. 
La marcia su Roma del 28 ottobre 1922 mise fine al periodo liberale: il re Vittorio Emanuele III affidò l'incarico di governo a Benito Mussolini (1883- 1945) che del movimento fascista era il capo.
Si ricorda che durante il regime fascista rimase in vigore lo Statuto albertino e quindi venne conservata all'Italia la forma monarchica di Stato, con il sovrano che rimaneva formalmente titolare sia del potere esecutivo, sia del giudiziario, sia della sanzione delle leggi, e con il Senato regio.

La legislazione fascista si inserì negli spazi lasciati da quella liberale: in particolare eliminò la libertà di stampa, la libertà di associazione, la libertà di riunione, la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà di circolazione.

Si venne così a determinare una situazione paradossale: lo Statuto alberano, garante nell'Ottocento e nei primi due decenni del Novecento delle libertà e dei diritti fondamentali dei cittadini, rimaneva in vigore, ma si riferiva ormai ad un ordinamento in cui quelle libertà e quei diritti fondamentali erano stati eliminati, li suo significato, allora, poteva

riguardare soltanto la disciplina degli organi costituzionali: ma anche sotto questo profilo la sua normativa non rimase immune dagli interventi del regime fascista.
Decisive furono alcune «leggi fascistissime» del 1925-26. La legge 24 dicembre 1925 innovò la natura e la struttura del governo: il presidente del Consiglio fu trasformato in capo del governo, non più primus inter pares, ma autorità gerarchicamente superiore ai ministri; nominato e revocato dal monarca, era il solo responsabile verso la Corona dell'attività del governo.

La successiva legge del 31 gennaio 1926, poi, assegnò al governo un'ampia potestà normativa, riconoscendogli la potestà di emanare regolamenti esecutivi, regolamenti indipendenti e di organizzazione, nonché decreti legge che il Parlamento poteva convertire in legge nell'ampio termine di due anni.

In uno Stato in cui le libertà civili erano state abolite il governo diventava, allora, il centro del potere ed imponeva un organizzazione burocratica fortemente gerarchizzata.

Mussolini non si limitò, comunque, a tale trasformazione dell’ordinamento costituzionale, ma volle anche inserirvi due nuove istituzioni originate all'interno del partito fascista, il Gran Consiglio del Fascismo e la Milizia volontaria. Il primo aveva cominciato a delinearsi già nel gennaio del 1923 come un consiglio interno al partito cui partecipavano ministri fascisti.
La Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (MVSN), dopo la conquista fascista del potere, perse il carattere eversivo delle origini per assumere funzioni istituzionali. Tra il 1924 e il 1928 si articolo in vari settori amministrativi, assumendo funzioni sostanzialmente di polizia: nacquero, allora, la milizia portuaria, la ferroviaria, la postale, la forestale.
Nel 1928 il PNF fu riconosciuto come «istituzione pubblica ausiliaria dello Stato» (Cassese), una funzione che ebbe modo di manifestarsi innanzi tutto nell'ordinamento amministrativo locale.
Il fascismo estese i compiti della pubblica amministrazione e procedette alla creazione di nuovi ministeri; la burocrazia ministeriale fu ordinata in modo rigidamente burocratico e se ne garantì la fedeltà al regime attraverso l'iscrizione obbligatoria al partito dei dipendenti pubblici.
La propaganda fascista, inoltre, pose grande enfasi nell’esaltare il processo di trasformazione delio Stato in Stato corporativo.


Nel pensiero cattolico dell'Ottocento la corporazione fu, invece, disegnata come istituzione capace di contrapporsi efficacemente alla lotta di classe predicata dal marxismo: la corporazione, in questa lettura, sarebbe stata composta da esponenti sia dei datori di lavoro, sia di lavoratori attivi nel medesimo settore produttivo e avrebbe, pertanto, costituito la sede in cui i contrapposti interessi avrebbero potuto trovare soluzioni concordate nell'interesse, comune ad entrambe le parti, dello sviluppo della produzione. Il fascismo riprese la visione cattolica della corporazione, ma vi aggiunse come componente essenziale i rappresentanti dell’autorità pubblica, i quali avevano il compito di impostare le soluzioni corporative in vista degli interessi generali della nazione, o meglio secondo le scelte del governo.
Nel 1939, infine, la Camera dei deputati, la cui legge elettorale era stata modificata in seguito alla trasformazione del PNF in partito unico, venne abolita e fu sostituita dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni composta dai membri del Comitato nazionale e da esponenti del partito.
Il Parlamento, che nell’Ottocento era stato esaltato dai liberali come sede della partecipazione della Nazione alla creazione del diritto e per questo motivo era considerato baluardo delle irrinunciabili libertà dei cittadini, era ridotto nell'Italia fascista a mero esecutore degli ordini del capo del governo e del partito. 



Argomentazione approfondita prendendo come riferimento Caravale, M., 2012. Storia del diritto nell'Europa moderna e contemporanea. 5th ed. Roma: Laterza.