Diritto dell'Unione Europea: La Carta dei diritti fondamentali

Il sistema delle fonti 


Le fonti del diritto dell'Unione europea comprendono i due Trattati istitutivi (TUE e TFUE) e gli atti ad essi equiparati, fra i quali la Carta dei diritti fondamentalii principi generaligli accordi che l'Unione conclude con Stati terzi o altre organizzazioni internazionali, le norme di diritto internazionale generale vincolanti l'Unione e gli atti normativi che le istituzioni adottano in base ai Trattati.


Gli atti normativi dell'Unione (regolamenti, direttive e decisioni) sono delineati nell'art. 288 Tfue nello stesso modo in cui erano descritti nell'art. 249 del Trattato Ce.
Il TFUE definisce quali sono gli atti che le istituzioni dell'Unione possono adottare, senza enunciare alcuna gerarchia tra di essi. Ciò non significa che tutti gli atti normativi abbiano necessariamente lo stesso valore: essi lo hanno solo in via di principio.

L'esistenza di una gerarchia fra atti normativi si potrebbe in teoria prospettare anche quando fra due atti adottati nella stessa materia uno sia stato emanato con un procedimento meno gravoso. 
Questa ipotesi non è prevista nel diritto dell'Unione poiché i Trattati non stabiliscono che si possano seguire procedure diverse a seconda dell'importanza dell'atto da emanare. Era stato peraltro proposto di introdurre una gerarchia fra gli atti normativi al fine di semplificare l'adozione degli atti di minore rilievo. 

Con il Trattato di Lisbona è stato stabilito che gli «elementi essenziali» della disciplina di un settore debbano essere adottati con un atto legislativo (art. 290 Tfue), ma da ciò deriva soltanto la conseguenza che per modificare gli aspetti considerati non essenziali vi è la possibilità che un atto legislativo utilizzi lo strumento della delega.

Gli artt. 289 e 290 Tfue pongono infatti una distinzione fra gli atti legislativi, adottati «mediante procedura legislativa», e gli «atti non legislativi di portata generale che integrano o modificano determinati elementi non essenziali dell'atto legislativo». 
L’art. 290 prospetta che gli atti non legislativi possono essere adottati dalla Commissione su delega contenuta in un atto legislativo; nel loro titolo devono essere indicati quali atti «delegati».
L'atto legislativo deve delimitare «esplicitamente gli obiettivi, il contenuto, la portata e la durata della delega»; può inoltre stabilire alcune condizioni tra le quali anche il potere del Parlamento europeo o del Consiglio di revocare la delega.
L'art. 291 Tfue concerne invece l'eventuale emanazione di atti normativi di esecuzione. Se in linea generale gli atti dell'Unione e le norme da essi poste situano tutti allo stesso livello, ciò non significa che non esista nell'ordinamento dell'Unione una gerarchia tra le fonti.
Infatti il potere delle istituzioni di emanare atti normativi si fonda sui Trattati; il Tfue, nel descrivere gli atti normativi, non menziona le disposizioni dei Trattati, ma è implicito che le norme dei Trattati siano poste a un livello superiore rispetto a quelle prodotte dagli atti adottati dalle istituzioni. Ciò è del resto reso chiaro dal fatto che, ai sensi dell'art. 263 Tfue, la «violazione dei Trattati» costituisce un motivo di impugnazione degli atti delle istituzioni.
La stessa disposizione fa riferimento, accanto alla violazione dei Trattati, a quella di «qualsiasi regola di diritto relativa alla loro applicazione». 
Tale formula (già contenuta nell'art. 230 del Trattato Ce) ha consentito alla Corte di giustizia di individuare alcune fonti che si pongono a un livello intermedio fra i Trattati e gli atti delle istituzioni: in particolare, i principi generali, gli accordi internazionali che vincolano l'Unione e il diritto internazionale generale.

La Carta dei diritti fondamentali

L'art. 6, par. 1, Tue attribuisce «lo stesso valore giuridico dei Trattati» alla «Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea del 7 dicembre 2000, adattata il 12 dicembre 2007 a Strasburgo» .
Secondo il Trattato del 2004, mai entrato in vigore, che si proponeva di dar vita a una Costituzione europea la Carta di Nizza.
Il Trattato di Lisbona ha invece scelto la tecnica del rinvio alla Carta, che resta quindi uno strumento formalmente distinto dal TUE, ma che, in base all'art. 6, par. 1, Tue, assume lo stesso valore che avrebbe se fosse parte integrante dei Trattati.
Per effetto di quanto stabilisce il 3° comma dello stesso art. 6, par. 1, Tue, l'interpretazione della Carta è soggetta a regole particolari: «I diritti, le libertà e i principi della Carta sono interpretati in conformità delle disposizioni generali del titolo VII della Carta che disciplinano la sua interpretazione e applicazione e tenendo in debito conto le spiegazioni cui si fa riferimento nella Carta, che indicano le fonti di tali disposizioni».
I diritti riconosciuti dalla Carta che traggono origine dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri devono essere interpretati «in armonia con dette tradizioni».

Attraverso tali criteri si tende a realizzare una certa coerenza riguardo alla tutela dei diritti umani in ambito europeo.

Il 2° comma dell'art. 6, par. 1, Tue ribadisce un punto che risulta già dalla Carta, cioè che le «disposizioni della Carta non estendono in alcun modo le competenze dell'Unione definite nei brattati». Da questa disposizione si evince che la Carta di Nizza conferisce diritti soltanto nell'ambito delle materie di competenza dell’Unione.
In base al suo art. 51 la Carta si applica sia «alle istituzioni, organi e organismi dell'Unione» sia anche «agli Stati membri esclusivamente nell'attuazione del diritto dell'Unione».
Nelle prime pronunce riguardanti la Carta, la Corte di giustizia ha inteso piuttosto ampiamente l'applicazione della Carta rispetto agli ordinainterni. Così nel caso Deb (sent. 22 dicembre 2010, causa C-279/09, non ancora pubblicata nella «Raccolta»), ha valutato alla luce della Carta una normativa interna relativa al gratuito patrocinio poiché tale normativa veniva in considerazione per un'azione instaurata da un'impresa per ottenere il risarcimento del danno che essa aveva subito a causa della violazione del diritto dell'Unione da parte di uno Stato membro.