Diritto Canonico: Il Governo della Chiesa

Il Governo della Chiesa


Premessa:

La Chiesa, costituita sulla terra come societas gerarchicamente ordinata, ha ricevuto dal suo Fondatore il compito di predicare il Vangelo a tutte le genti (munus docendi) e di amministrare i sacramenti, segni e strumenti della grazia divina che perpetuano la presenza di Cristo nella storia per la santificazione degli uomini (munus sanctificandì). 
La parola di Dio e i sacramenti rappresentano quindi il bene più prezioso della Chiesa e la fonte più autentica dell'ordinamento ecclesiale e della sua stessa organizzazione di governo.
Su questi elementi si fonda l'ordinamento ecclesiale, nel senso che questa missione e i mezzi di salvezza su cui essa si sviluppa differenziano la Chiesa da qualsiasi altra società o associazione.
L'immagine della Chiesa come comunione istituzionale gerarchicamente ordinata, fortemente sottolineata dal Concilio Vaticano II, 
vuole proprio significare il carattere specifico di questa sua realtà, che nasce non dall'autonoma e libera decisione di un gruppo di persone, ma dalla chiamata del suo Fondatore.

Collegialità e primato: la dinamica del potere nella Chiesa: 

Per la costituzione conciliare Lumen gentium "Gesù Cristo, Pastore eterno, ha edificato la santa Chiesa e ha mandato gli Apostoli come Egli stesso era mandato dal Padre (cfr. Giovanni 20, 21), e volle che i loro successori, cioè i Vescovi, fossero nella sua Chiesa pastori fino alla fine dei secoli".
La costituzione gerarchica della Chiesa è, per istituzione divina, fondata sul Collegio dei Vescovi e sul primato che, all'interno di esso, compete al Pontefice, Vescovo di Roma e successore di Pietro. Ha quindi "natura collegiale e, insieme, primaziale" (cost. ap. Pastor Bonus, n. 2)
Nel Collegio dei Vescovi si attua la successione all'originario Collegio apostolico (successione apostolica), cui Cristo affidò la missione della Chiesa. Si tratta di una successione organica, non personale, nel senso che ogni nuovo Vescovo dal momento della consacrazione entra a far parte del Collegio, partecipando all'intera sua missione, e non succede singolarmente ad uno dei dodici apostoli. 
Nell'ufficio del Pontefice si attua invece una successione di carattere personale all'apostolo Pietro, cui Cristo affidò una specifica funzione e specifiche prerogative.

Il rapporto tra la collegialità e il primato rappresenta l'asse portante del sistema di governo della Chiesa.
Se dapprima si ebbe una consistente prassi sinodale di governo della Chiesa, nella quale le principali definizioni dottrinali e lo stesso credo apostolico furono il frutto di importanti concili orientali, nei secoli successivi l'autorit
à del Pontefice di Roma si consolidò gradualmente in Occidente.
Nei primi secoli del secondo millennio la decisa rivendicazione del primato pontificio ebbe il suo culmine teorico prima nel dictatus papae di Gregorio VII (1073-1085), poi nel successivo pontificato di Innocenzo Ill (1198-1216) (teoria della potestas directa in temporalibus) fino alla bolla Unam sanctam di Bonifacio VIII (1294-1303), con la quale si affermava il riconoscimento del primato pontificio come necessario per la salvezza individuale.

La questione del primato pontificio è poi anche al centro delle tensioni che furono all'origine prima dello scisma d'Oriente (1054), con la definitiva rottura delle relazioni con le Chiese ortodosse sancita dalle reciproche scomuniche, poi concausa della Riforma protestante, che nacque proprio con un atto di ribellione di Lutero all'autorità del Pontefice sul tema delle indulgenze (1517).
La Riforma cattolica o Controriforma avvi
ò un processo di centralizzazione del governo della Chiesa universale attorno alla figura del Pontefice.
Questo processo ebbe il suo inizio nel Concilio di Trento (1545-1563) e il suo culmine nel Concilio Vaticano I (1870), nel quale fu affermato il principio dell'infallibilit
à del Papa in materia dottrinale quando egli parla ex cathedra.
Con il Concilio Vaticano II poi si
è affermato : La suprema autorità della Chiesa è costituita dal Romano pontefice e dal Collegio dei Vescovi, tra di loro congiunti (can. 330). Entrambi godono infatti della potestà suprema sulla Chiesa universale, ma mentre il primo può sempre esercitare tale potere liberamente, senza cioè essere subordinato ad alcuna autorità umana, il Collegio dei Vescovi deve sempre intendersi insieme con il suo capo (cost. Lumen gentium, n. 22b).

La distinzione non è tra il Romano Pontefice e i Vescovi presi insieme, ma tra il Romano Pontefice separatamente e il Romano Pontefice insieme con i Vescovi", così che, in quanto Capo del Collegio, il Pontefice "può fare da solo alcuni atti, che non competono in nessun modo ai Vescovi, come convocare e dirigere il Collegio, approvare le norme dell azione ecc.".

Nella Chiesa il potere o potestas sacra proviene sempre dall'alto, in forza di un'investitura ontologico-sacramentale, non dal basso, come nelle esperienze secolari di governo democratico della comunità politica.
Il metodo collegiale, che ispira il funzionamento e la stessa istituzione di nuove strutture all'interno della Chiesa non pu
ò pertanto assimilarsi semplicisticamente alla logica democratica (maggioranza/minoranza) che presiede all'organizzazione della comunità politica negli Stati contemporanei.



Argomentazione approfondita prendendo come riferimento Dalla Torre, G., 2004. Lezioni di Diritto Canonico. 2nd ed. Torino: Giappichelli Editore.