Diritto Canonico: I Concordati

I CONCORDATI E GLI ALTRI ACCORDI 


La tradizionale forma di collaborazione della Chiesa con le comunità politiche, e segnatamente con gli Stati, avviene attraverso i concordati ormai unanimemente riconosciuti come accordi di diritto internazionale.
Tradizionalmente lo Stato è parte contraente del concordato, ma per il futuro non è da escludere che concordati possano essere stipulati anche con altri soggetti internazionali (cfr. can. 3). 
In ordine, poi, alla individuazione dei soggetti competenti ad agire nella stipula di un concordato e degli organi chiamati, al riguardo, a svolgere funzioni di indirizzo, di deliberazione e di controllo, è necessario rifarsi alle norme costituzionali dei diversi Stati.
Per parte della Chiesa il soggetto competente a stipulare un concordato è la Santa Sede.

I concordati sono negozi di diritto internazionale, strumenti di compromissione fra Chiesa e Stato.

La formazione dei concordati segue la procedura tipica delle convenzioni internazionali (cfr. Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati,1969): i negoziati ufficiosi, la nomina dei plenipotenziari con relativa verifica dei poteri, la redazione (oggi generalmente nella forma di un articolato in un testo unico) e quindi la firma dell'accordo da parte dei plenipotenziari stessi, infine lo scambio delle ratifiche. 
Di regola senza la ratifica l'accordo, ancorché concluso, non acquista forza vincolante e pertanto non produce effetti giuridici. La ratifica, che è atto unilaterale con cui ciascuna parte approva l'operato dei suoi plenipotenziari, spetta rispettivamente al Pontefice ed al capo dello Stato.
Perch
é possa produrre effetti negli ordinamenti dello Stato e della Chiesa è necessario un ulteriore adempimento: l'esecuzione. Questa avviene automaticamente per l'ordinamento canonico, con la pubblicazione sugli Acta Apostolicae Sedis.


Pi
ù complessa la situazione per quanto attiene agli ordinamenti statali.
Avvenuta l'esecuzione, le disposizioni concordatarie vigono contestualmente nei due ordinamenti come norme canoniche particolari e come norme civili, oltre ad essere in vigore nell'ordinamento internazionale, nel quale furono poste.
Problema assai delicato nei concordati
è quello dell'interpretazione delle singole disposizioni.
L'interpretazione di cui qui si parla, ovviamente, non
è quella data dalla dottrina (interpretazione dottrinale) secondo le consuete tecniche di interpretazione, ma quella autentica compiuta dalle parti o in via unilaterale (interpretazione unilaterale) o in via bilaterale (interpretazione bilaterale). La prima è sempre legittima purché in buona fede e non eccepita dalla controparte; la seconda è quella stabilita d'accordo fra le due parti. Anche per l'estinzione dei concordati sono da richiamarsi le regole generali relative ai trattati internazionali (cfr. art. 54 ss. Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969).


Una prima causa di estinzione è data dal consenso reciproco delle parti contraenti, diretto a sospendere, far venire meno, modificare o sostituire con altra convenzione il concordato in vigore.
Altra causa di estinzione
è quella della scadenza dei termini, posti originariamente all'accordo.
Diverso
è il caso dell'estinzione del concordato per il verificarsi di una clausola risolutoria, prevista esplicitamente nell'accordo.

Infine si deve menzionare l’estinzione del concordato per denuncia unilaterale: si tratta di una causa di estinzione che per non essere illecita ed invalida deve essere contemplata nello stesso accordo.
E’ evidente che causa di estinzione del concordato potrebbe essere anche quella, sempre prevista dal diritto internazionale, della denuncia da parte di uno dei contraenti per violazione di una o pi
ù disposizioni da parte dell'altro. Occorre precisare però che è tradizione della Santa Sede non fare ricorso a questa forma di autotutela.


Un problema che si è posto nei tempi più recenti è quello della possibilità di accordi tra Chiese particolari e comunità politica.
Fino al Concilio Vaticano II, i rapporti giuridici formali con le autorit
à politiche erano considerati come di esclusiva competenza della Santa Sede.

Ora la situazione appare mutata. Ciò è soprattutto conseguenza della ecclesiologia del Vaticano II, che ha portato a rivalutare la Chiesa particolare, con conseguente conferimento di più ampi poteri e maggiori responsabilità, di cui vi sono segni evidenti nel nuovo codice di diritto canonico.
In questo diverso contesto, si deve dire che in linea generale nessun impedimento sembra sussistere alla configurazione di accordi fra singoli Vescovi diocesani, o conferenze episcopali, ed autorità politica. Il problema, anche qui, appare più politico che giuridico, vale a dire attiene più a questioni di opportunità e di convenienza, nel quadro delle libertà di modi e di forme di presenza che il Vaticano II indica.
In molti casi l'azione della Santa Sede, ovviamente non soggetta ai poteri politici nazionali ne condizionata dalle opinioni pubbliche locali, è più incisiva nella difesa della libertas Ecclesiae.Dal punto di vista giuridico, il problema di maggior rilievo è quello della qualificazione degli accordi in questione. Essi, infatti, non hanno certamente natura concordataria.
Al riguardo possono individuarsi tre diverse fattispecie.
La prima
è data da quegli accordi fra episcopato ed autorità politica che hanno un carattere meramente politico, non vincolanti sul piano del diritto.
La seconda
è data da quegli accordi che hanno carattere meramente amministrativo, interno all'ordinamento statale, in attuazione di disposizioni civili. Si pensi ad esempio, con riferimento alla situazione italiana, all'intesa fra Vescovo diocesano e competente autorità scolastica per la nomina dei docenti di religione.
La terza, infine, e data dagli accordi aventi un contenuto normativo, cio
è volti ad innovare l'ordinamento giuridico statale così come il diritto canonico particolare. Essi non hanno - come già detto - la natura di accordi internazionali né possono, conseguentemente, qualificarsi come concordati.
Secondo una posizione dottrinale, si tratta pur sempre di accordi che nascono m un ordinamento giuridico terzo, cio
è diverso sia da quello statale che da quello canonico, nel quale le due autorità contraenti, ciascuna indipendente ed autonoma dall'altra, si incontrano su di un piano di giuridica parità.
In questo caso
è evidente che i contenuti dell'accordo devono poi trovare esecuzione nell’ordinamento civile ed in quello canonico con opportuni atti, a contenuto normativo o amministrativo.


A fronte delle tre fattispecie considerate, si deve anche contemplare il caso che singoli Vescovi o - piuttosto - le conferenze episcopali agiscano, nello stipulare accordi con l'autorit
à statale, con il consenso e con il mandato della Santa Sede.
In questo caso evidentemente si rientrerebbe nella fattispecie concordataria.
Esemplare in tal senso il complesso sistema contenuto nell'Accordo di modificazione del concordato lateranense del 1929, stipulato fra la Santa Sede e l'Italia il 18 febbraio 1984 (c.d. Accordo di Villa Madama).
Perch
é da un lato esso pone delle norme-quadro in determinate materie, prevedendo una serie di ulteriori accordi attuativi fra le competenti autorità ecclesiastiche e statali. Dall'altro lato esso prevede una clausola generale, per la quale ulteriori materie su cui si dovesse manifestare in futuro l'esigenza di collaborazione, potranno essere regolate sia da nuovi accordi fra la Santa Sede e il Governo italiano, sia da intese con le competenti autorità dello Stato e la Conferenza episcopale italiana (art. 13, n. 2).