Diritto Canonico: Favor Matrimonii, il Favor Iuris del Matrimonio

Favor Matrimonii 


In senso specifico e proprio il "favor iuris" sta ad indicare una situazione specialissima di privilegio che, nella disciplina giuridica positiva , ha una determinata materia; in particolare sta ad indicare la scelta del legislatore a favore di una tra le soluzioni giuridicamente possibili. 
Questo è il caso del favor iuris di cui gode il matrimonio nell'ordinamento canonico, o favor matrimonii.
In effetti il favor matrimonii entra propriamente in rilievo sul terreno processuale. Dunque il diritto processuale canonico pone il generalissimo principio secondo cui, nel caso di causa che goda del favore del diritto, il giudice deve pronunciarsi a favore di questa qualora non abbia acquisito la certezza morale richiesta per poter pronunciare la sentenza (can. 1608, par. 1).
Si deve osservare che, prescrivendo la presunzione di validit
à del matrimonio in caso di dubbio, il legislatore mostra di partire dal presupposto che il matrimonio sia stato celebrato. Il dubbio, in altre parole, riguarda la validità giuridica o meno di un matrimonio come fatto materiale sussistente, non la storica ricorrenza o meno dell'evento.
Ci
ò significa di conseguenza che per un matrimonio del tutto inesistente, come ad esempio quello celebrato ioci causa o in una rappresentazione teatrale, non entra in gioco la presunzione di validità.
La disposizione codiciale sul favor matrimonii si collega dunque necessariamente col disposto del can. 1101, par. 1. Si tratta di una ulteriore presunzione posta a tutela del matrimonio, che riguarda la conformit
à della dichiarazione alla volontà interiore.
Detta disposizione riconosce come regola generale che qualunque consenso 
è da ritenersi conforme alla sua manifestazione esterna, purché sia intervenuta, almeno materialmente, e non giuridicamente, la species seu figura matrimonii.

Anche se le prove da addursi per far venire meno la presunzione di cui al can. 1101, par. 1, debbono essere gravi e concludenti, si tratta di presunzione iuris tantum: ciò significa che il legislatore non si sostituisce ai nubendi nel prestare il consenso matrimoniale (can. 1057, par. 1): anche qui si può cogliere un aspetto della libertà matrimoniale canonisticamente intesa come diritto del fedele.
Negli anni successivi alla celebrazione del Vaticano II il principio del favor matrimonii è stato oggetto di numerose critiche, nel contesto dell’ampio dibattito dottrinale aperto dalla visione personalistica del matrimonio che i documenti conciliari, e soprattutto la cost. Gaudium et spes, avevano dischiuso.
Una prima ragione era di carattere storico-culturale, nel senso che la disposizione sul favor matrimonii sarebbe stata espressione di una cultura giuridica datata, che aveva accomunato il legislatore canonico ad altri legislatori civili nel considerare più l'istituto matrimoniale che le persone.
Una seconda ragione era motivate dall'asserito, completo capovolgimento che in materia si sarebbe avuto del principio fondamentale di tutto l'ordinamento canonico dato dalla salus animarum, perché in questo caso il diritto meramente ecclesiastico anziché cedere a fronte delle supreme esigenze del bene spirituale delle anime, sarebbe giunto ad affermarsi a prescindere o addirittura contro di questo.
Infine una terza ragione - ed è quella che qui interessa - era individuata proprio sul terreno dei diritti dell'uomo e del cristiano, giacché si assumeva che in presenza di un matrimonio di dubbia validità il principio del favor avrebbe platealmente leso un diritto fondamentale come lo ius nubendi.
Invero le critiche nei confronti del tradizionale principio canonistico del favor matrimonii appaiono, a ben vedere, deboli di fondamento.
Se si guarda al matrimonio come institutum naturae, si coglie appieno il senso dell'istituto canonistico del favor matrimonii, come istituto in sostanza diretto alla tutela non del matrimonio in s
é, bensì degli interessi inderogabili.

Invero tutti gli ordinamenti giuridici manifestano una particolare attenzione al matrimonio, in quanto atto costitutivo la famiglia.
La costituzione, attraverso di esso, della famiglia, non 
è un fatto né (solo) personale né (solo) privato. Non è un fatto personale, perché coinvolge necessariamente altri soggetti (il coniuge, i figli, ma anche i membri della famiglia allargata), creando affidamenti, aspettative, attese, speranze, che il diritto è chiamato a garantire: con certezza, sempre, ovunque.Ma non è neppure un fatto privato, perché la famiglia ha funzioni educative, sociali, assistenziali, in generale solidaristiche, che m sua mancanza o in caso di sua incapacità lo Stato, e quindi la società, i suoi componenti sono chiamati ad accollarsi.

Insomma: il favor iuris nei confronti del matrimonio è postulato della dimensione interpersonale e sociale del matrimonio e, quindi, è posto in ragione delle esigenze di tutela dell'altra parte nel rapporto, dei fagli, del bene comune.
Dal punto di vista strettamente logico, d'altra parte, non pare potersi contrapporre il favor matrimonii al favor libertatis, essendo tutto al contrario il primo espressione del secondo.
Perch
é la tutela giuridica del matrimonio è garanzia per chi intenda costituire una famiglia, dichiarando pubblicamente di volersi assumere, oltre che i vantaggi, gli oneri relativi; ma a ben vedere è garanzia anche per chi non intende avere quei vantaggi né assumersi quegli oneri, il quale non può essere costretto a vedersi accollare vincoli e doveri non voluti.
Come bene 
è stato notato, la Chiesa "ha Pacifici valori etici e spirituali da promuovere e proteggere i quali per lo più trovano nella famiglia il luogo privilegiato di attuazione. Perciò vige il principio generale, secondo cui tutti possono contrarre matrimonio a meno che la legge non glielo proibisca (can. 1058)”.


Ma alla fine e soprattutto si deve ricordare che, nell'ordinamento canonico, alle ragioni dell' institutum naturae si aggiungono le ragioni del sacramento, cio
è del bene spirituale dei fedeli. Ed in effetti storicamente è stata proprio la preoccupazione per la salus animarum a giustificare la presunzione favorevole alla validità del matrimonio, come rimane a testimoniare l'antico e noto principio canonistico, risalente ad Innocenzo secondo cui "tolerabilius est aliquos contra statuta bominum dimittecopulatos, quam coniunctos legitime contra statuta Domini separare" (c.47, X, II, 20).