Diritto Canonico: Delitto nel Diritto Canonico

Delitto nel Diritto Canonico


Il codice di diritto canonico non fornisce una definizione di delitto, e tuttavia essa può essere ricavata dal can. 1321 che individua il soggetto passivo delle sanzioni penali. 
Nel senso che si ha delitto quando vi sia la violazione esterna e gravemente imputabile, per dolo o per colpa, di una legge o di un precetto, che stabiliscano qualche pena, anche se indeterminata o facoltativa, per i trasgressori .


Dunque perché vi sia un delitto è necessaria la ricorrenza di tre elementi: uno oggettivo, cioè il fatto; uno soggettivo o psicologico, cioè l'atteggiamento mentale del soggetto agente; infine l'antigiuridicità del fatto.
L'elemento oggettivo riguarda il comportamento dell'agente e l'evento che ne deriva. L'elemento soggettivo
è dato dall'atteggiamento psicologico dell'agente nel momento in cui pone in essere il comportamento che produce l’evento.
La sussistenza del delitto pu
ò però mancare per la presenza di cause oggettive o soggettive. Tra le cause oggettive che escludono l’antigiuridicita del fatto e, quindi, del delitto, sono da ricordare l'aver agito per timore grave, o per necessità o per grave incomodo, purché non si tratti di atto intrinsecamente illecito (in quanto proibito dal diritto divino), o che si risolva in un danno spirituale per le anime (can. 1323, n.4).
Tra le cause soggettive di esclusione del reato sono: l'aver agito per violenza fisica o per caso fortuito non prevedibile o non rimediabile (can. 1323, n. 3); l'aver agito nell'ignoranza incolpevole della legge o del precetto, ovvero per inavvertenza ed errore (can.1323,n. 2).


Il singolo delitto poi può essere caratterizzato da alcuni elementi, detti circostanze del delitto, che comportano un aumento o una diminuzione della gravità dello stesso, con effetti conseguenti sull'entità della pena.
Sono circostanze attenuanti: la passione non volontariamente provocata e che non tolga la capacita di volere, ma la attenui soltanto (can. 1324, par. 1, n. 3); il timore grave, il grave incomodo o lo stato di necessita quando si tratti di atto illecito di per s
é o torni a danno delle anime (can. 1324, par. 1, n. 5) ecc..
Alle circostanze esimenti, aggravanti ed attenuanti di carattere generale previste dal codice, possono poi aggiungersene delle altre da parte del legislatore universale o particolare.


Ulteriore distinzione che il codice di diritto canonico fa in materia penale è quella tra il delitto consumato ed il delitto tentato.
Il delitto
è consumato quando gli atti posti in essere dal delinquente risultano produttivi del fatto considerato dalla legge come delitto. Il delitto è tentato quando per un motivo qualsiasi, che può essere anche la rinuncia del reo, l'evento delittuoso non si produce( non si ha sanzione: a meno che vedi can 1328).


Il soggetto attivo del delitto:

Soggetti attivi del delitto sono, in generale, solo i fedeli cattolici. Ciò si desume dal combinato disposto dei cann. 1311 ed 11, perché se da un lato si afferma che la Chiesa ha il diritto nativo e proprio di irrogare sanzioni penali nei confronti dei delinquenti che siano "fedeli", termine generico che indica tutti i battezzati (anche non cattolici), dall'altro lato si precisa che solo i battezzati nella Chiesa cattolica o in essa accolti sono tenuti alle leggi puramente ecclesiastiche, quali sono appunto quelle in materia penale.
Vi sono però dei casi per cui, a seconda delle diverse fattispecie delittuose, soggetto attivo del delitto può essere solo il fedele cattolico che abbia determinate qualità: così ad esempio solo il chierico può essere colpito dalla sanzione prevista dal can. 1394.
Situazione del tutto particolare è quella del Pontefice, capo della Chiesa universale, che gode di immunità personali strettamente attinenti e funzionali al suo altissimo ufficio. Egli, infatti, non può essere soggetto attivo di delitto perché le norme canoniche promanano da lui stesso, o addirittura da legislatori a lui inferiori.

Perché il fedele sia penalmente responsabile di un delitto, e quindi sia punibile è necessario che sia imputabile. L'imputabilità si identifica con la capacità di intendere e di volere, unita alla responsabilità morale.
Per il diritto canonico non è imputabile, e quindi non è punibile, il minore degli
anni sedici
(can. 1323, n. 1). Si tratta di una presunzione iuris et de iure, che non ammette dunque la prova contraria.
Chi ha compiuto i sedici anni ma non ancora i diciotto, et
à in cui si diventa maggiorenni ed in rapporto alla quale è la presunzione iuris tantum della raggiunta maturità psichica, è punito con una pena minore o con una penitenza (can. 1324, par. 1, n. 4).

L'imputabilità può venire meno anche per ragioni patologiche, come ad esempio l'infermità di mente.


Argomentazione approfondita prendendo come riferimento Dalla Torre, G., 2004. Lezioni di Diritto Canonico. 2nd ed. Torino: Giappichelli Editore.