Economia Politica: I fallimenti del Mercato


I fallimenti del mercato


Gia' nel secolo scorso e ancor piu' nel nostro numerosi studiosi hanno messo in evidenza in modo sistematico come vi sono delle situazioni in cui l'operare delle forze di mercato non determina la realizzazione del massimo volume di produzione, per ottenere il quale è necessario un intervento pubblico; queste situazioni prendono il nome di fallimenti del mercato.
Le principali tipologie di fallimenti del mercato sono: l'esistenza di situazioni di monopolio, le esternalita' , i beni pubblici, la carenza di informazione, l'incompletezza dei mercati, la disoccupazione, alcuni problemi legati alla distribuzione del reddito o a comportamenti irrazionali degli individui.


1) l'esistenza di monopoli

In primo luogo esaminiamo le situazioni dove vi è scarsa concorrenza. Gia' nella meta' del secolo scorso e nel nostro si è sviluppato un intenso processo di crescita e di concentrazione tra le imprese in numerosi settori.
Esso è dovuto soprattutto alle economie interne o di scala.
Oggi in numerosi settori prevalgono condizioni di monopolio o oligopolio e, quando un bene è prodotto solo da poche grandi imprese, possono accordarsi fra di loro in modo da influenzare il prezzo di vendita.
L'esistenza di monopoli danneggia quindi i consumatori = la collettività .
La grande impresa inoltre è un entità complessa; non è un entità individuale ma è un organizzazione, cioè un complesso di individui e di centri di potere.
Questi( dirigenti,lavoratori,dipendenti,azionisti,clienti, ecc) perseguono ciascuno un proprio obiettivo.La grande impresa quindi non è un soggetto (:l'imprenditore) ma è un'organizzazione complessa.
Diversi autori hanno sottolineato che la grande impresa nasce proprio perchè riesce a ridurre i costi rispetto alla piccola impresa del mercato concorrenziale.
Inizialmente in diversi Paesi industrializzati si ritiene sia necessario emanare una apposita legislazione antimonopolistica (legislazione anti-trust) per evitare la formazione di monopoli e oligopoli.
Successivamente si riconosce che il processo di concentrazione produce dei vantaggi.
Recentemente è stato evidenziato un altro fenomeno che rende inefficiente la piccola impresa del mercato di concorrenza pura e determina lo sviluppo della grande impresa: i costi di transazione. Questi originano da due fenomeni:
- razionalità limitata: gli agenti economici, imprese e consumatori, agiscono razionalmente perchè hanno una perfetta informazione sul mercato.In realtà la loro razionalità è limitata,perchè essi incontrano molte difficolta' nel raccogliere, ordinare, trasmetetre informazioni.
- opportunismo: consiste nel fatto che a volte l'agente economico persegue il proprio interesse maliziosamente, e ciò puo' non portare il sistema economico in una posizione di ottimo.
Piu' in generale i fenomeni della razionalita' limitata e dell'opportunismo generano costi di transazione, che sono prevalentemente costi di informazione.
Quando vi sono notevoli costi di transazione, un sistema di scambi decentrati e istantanei non produce risultati efficienti.
In conclusione la natura e l'entita dei costi di transazione determinano il sistema piu' efficiente di allocazione delle risorse dal punto di vista della collettività.

Queste considerazioni inducono a rivedere l'affermazione secondo cui solo il meccanismo della concorrenza porta il sistema economico in una situazione di ottimo paretiano.
Il sistema migliore potrebbe essere uno basato su una certa combinazione di cooperazione e concorrenza.
Alcuni economisti sostengono che i soggetti capaci di individuare quale sia la combinazione migliore di cooperazione e concorrenza sono le imprese e l'efficienza delle singole imprese comporterà l'efficienza del sistema economico nel suo complesso.
I sostenitori di questa tesi ritengono quindi che la legislazione antimonopolistica si traduce inevitabilmente in uno strumento di alterazione della concorrenza e di protezione delle imprese piu' deboli e meno efficienti, dato che il mercato seleziona le imprese molto meglio di quanto possa fare un qualsiasi organo amministrativo o giurisdizionale.
Alcuni autori sostengono che il potere monopolistico di un'impresa non puo' durare a lungo e quindi non rappresenta un problema sociale rilevante.
Non mancano naturalmente i sostenitori della tesi opposta. Non è detto che le imprese scelgano la formula organizzativa piu' efficiente dal punto di vista della collettività. Anzi le imprese si potrebbero organizzare in modo da ridurre al minimo la concorrenza, consolidando le proprie posizioni di potere monopolistico sul mercato.

Secondo alcuni autori il valore da difendere non è la concorrenza ma il "sistema di libertà' naturale" di Adam Smith, cioè la libertà di azione nella sfera economica. Pertanto la legislazione dovrebbe assicurare la libertà di iniziativa economica.
E' difficile pero' giustificare la maggior parte delle norme che si trovano nelle legislazioni antimonopolistiche dei Paesi industrializzati. Ad esempio l'obbligo della rivalità. La liberta' di iniziativa economica comporta anche la libertà di cooperare tra imprese; ovviamente non si puo' ammettere che le imprese cooperino tra di loro allo scopo di impedire l'ingresso di altre nel mercato.
Gli autori favorevoli al liberismo economico temono soprattutto il fatto che le legislazioni antimonopolistiche finiscano inevitabilmente per attribuire poteri discrezionali.
Ad esempio il Trattato di Roma all'art. 85 vieta le pratiche collusive tra imprese, ma prevede che tale divieto sia inapplicabile qualora "tali pratiche contribuiscano a migliorare la produzione o la distribuzione dei prodotti o a promuovere il progresso tecnico".
Secondo diversi autori non ha senso dare ad un qualunque organo il potere di autorizzare o vietare una determinata fusione o acquisizione.
Altrimenti per questa via le legislazioni antimonopolistiche finiscono per essere nelle mani dei politici uno strumento di potere sul settore privato dell'economia.
Vi è pero' consenso pressoche' unanime sul fatto che in un mercato debba esservi sempre la concorrenza potenziale di nuove imprese. Questa considerazione ci riconduce al problema delle barriere all'entrata.

In Italia una legge a tutela della concorrenza è stata emanata solo nel 1990 con notevole ritardo rispetto ai principali Paesi industrializzati.
Essa vieta le intese tra imprese che limitano la liberta' di concorrena, l'abuso di posizione dominante (cioè del potere monopolistico) da parte di un impresa all'interno del mercato nazionale o in una sua parte rilevante e la concentrazione di imprese.
La legge ha inoltre istituito l'Autorita' garante della concorrenza e del mercato, che ha il compito di verificare l'esistenza di infrazioni a tali divieti. L'Autorita' puo' agire sulla base degli elementi in suo possesso e di quelli portati da pubbliche amministrazioni o da chiunque vi abbia interesse.
Inoltre è attribuita all'Autorita' la facolta' di esprimere pareri sulle iniziative legislative o regolamentari e sui problemi attinenti alla concorrenza e al mercato, quando lo ritenga opportuno o su richiesta delle amministrazioni e degli enti pubblici interessati.
La filosofia cui si ispira la disciplina antimonopolistica nel nostro Paese recepisce quella adottata dall'Unione europea.
L'Autorita', infine, puo' autorizzare in via eccezionaleoperazioni di concentrazione che altrimenti sarebbero vietate.

2) le esternalita'

Uno dei casi princiapli di fallimento del mercato è costituito dal fenomeno delle esternalita' o effetti esterni, che puo' verificarsi anche in un mercato concorrenziale.
Es. classico fatto da Pigou: Una fabbricadi prodotti industriali che con i suoi residui inquina l'aria e le acque di un fiume non considera tali dannitra i suoi costi, ma certamente questi danni rappresentano dei costi per la collettività'.
In questo caso i costi sociali (cioè della collettività) sono maggiori dei costi privati, e l'investimento che consiste nella creazione di quella fabbrica genera una diseconomia esterna, cioè esterna alla fabbrica ma interna al sistema economico (ovvero un'esternalita' negativa).
In queste situazioni è necessario un intervento dello Stato che penalizzi l'impresa mediante un'imposta, addossandole cosi i costi sociali.
L'introduzione di un'imposta che addossi i costi sociali all'impresa inquinante induce questa ad aumentare il prezzo di vendita del bene che produce e cio' determinera' una diminuzione della domanda e della produzione del bene stesso.
L'equilibrio dell'impresa comportera' un prezzo piu' alto e un livello di produzione piu' basso , ma cio' sara' efficiente dal punto di vista della collettività, perchè il nuovo equilibrio è determinato tenendo conto del costo sociale dell'inquinamento.
Un'altra possibile soluzione al problema delle diseconomie esterne consiste nel fatto che lo Stato venda all'asta alle imprese l'autorizzazione a produrre la diseconomia.

Alcuni economisti hanno sostenuto che l'intervento pubblico non è lo strumento adatto per risolvere i problemi di diseconomia esterna. Essi affermano che tali misure ostacolano l'iniziativa privata.
Coase ha sostenuto che bisogna considerare sempre anche il costo dei provvedimenti volti a correggere gli effetti esterni e piu' in generale occorre una riconsiderazione complessiva di tale problematica.
Coase ed altri economisti sostengono che il problema delle esternalita' dovrebbe essere risolto mediante accordi tra le parti in conflitto. Queste potrebbero sempre individuare un prezzo per il risarcimento del danno, che dia loro reciproca soddisfazione.
Per questi economisti pertanto piu' che di fallimenti del mercato bisognerebbe parlare di fallimento dell'intervento pubblico nel risolvere i problemi determinati dall'esistenza delle esternalità.
Altri studiosi hanno pero' messo in evidenza che in ben pochi casi gli accordi spontanei potrebbero risolvere il problema delle esternalità, perchè i costi di transazione, cioè il costo di questi accordi, sarebbero cosi' elevati per i singoli che difficilmente essi verrebbero realizzati e quindi risulta sempre necessario l'intervento pubblico.
Coloro che sono contrari all'intervento pubblico rilevano che, se i diritti di proprieta' fossero ben definiti, non si verificherebbero molti dei problemi esaminati. E insistono sulla necessita' di definire bene tali diritti e attribuirli ai singoli individui.Es impresa farmaceutica vedi pag 524.
Alcuni economisti rilevano che, attraverso una adeguata legislazione sui diritti di proprieta' intellettuale, si puo' stabilire che l'impresa che inventato il farmaco lo brevetti.

Un altro possibile strumento per correggere il fenomeno delle esternalita' è rappresentato dalla regolamentazione. La quale viene adottata quando si vogliono stabilire dei livelli massimi, non superabili, per l'inquinamento e quindi si vietano delle attività che generano un livello di inquinamento superiore.


Le economie esterne invece sono le imprese private che non effettuarenno mai numerosi investimenti volti a produrre un vantaggio socialerilevante, perchè questi non sarebbero sufficientemente remunerativi per il privato.


3)i beni pubblici

Il concetto di bene pubblico fu gia intuito da Hume e Smith; entrambi infatti sostenevano che gli individui non si metteranno mai d'accordo per costruire opere d'interesse collettivo perchè è troppo costoso per il singolo; quindi è necesario che le realizzi il governo perchè danno beneficio alla collettività.
I beni pubblici hanno due caratteristiche fondamentali: la fruizione del servizio del bene pubblico da parte di un individuo addizionale non genera alcun costo; inoltre è difficile o impossibile escludere gli individui dalla fruizione del servizio.

4)La carenza di informazione e l'incompletezza dei mercati

Altri casi di fallimento del mercato sono la carenza di informazione e l'incompletezza dei mercati. Il livello di informazione è molto maggiore per il venditore dei beni e servizi che non per il compratore.
In tutti questi casi (contratti con informazione incompleta e asimmetrica) l'azione individuale non consente al singolo di raggiungere una posizione di ottimo.
In diversi casi il problenma potrebbe essere risolto mediante una regolamenteazione pubblica. Lo Stato ad esempio puo' imporre che sui prodotti alimentari siano indicati gli ingredienti usati, a tutela dei consumatori.
Un esempio di incompletezza dei mercati è rappresentato dall'inesistenza di mercati complementari. Per sviluppare una citta' occorre un coordinamento tra le imprese. Solo l'autorita' pubblica puo' svolgere tale funzione di coordinamento, che non potrebbe essere realizzata dal mercato.


Argomentazione approfondita prendendo come riferimento Palmerio, G., 2011. Elementi di Economia Politica. 10th ed. Bari: Cacucci Editore.