Filosofia del Diritto: Ingiustizia, Obiezione di coscienza


Ingiustizia: l’obiezione di coscienza


Se lo sforzo del giurista è quello di positivizzare le istanze di giustizia, il problema si pone nei momento in cui si individuano elementi di ingiustizia nel diritto positivo.
Come comportarsi di fronte ad un diritto ingiusto ?
La condizione dell'emergere del problema è l’acquisizione di una consapevolezza critica della ingiustizia delle leggi, sia da parte del giurista che da parte del cittadino. È questa una consapevolezza acquisibile solo da parte di chi non accetta passivamente ed acriticamente le norme in quanto positive.

E’ compito del giurista comprendere ed identificare l'ingiustizia nel diritto positivo. 
Il giurista, quale operatore del diritto, deve capire quali sono le norme o gli elementi della norma che non tutelano sufficientemente la dignità dell'uomo e la relazionalità tra gli uomini.
Si tratta di leggere sul piano etico le norme nella prospettiva della giustizia, oltre la validità e l'efficacia.
Nei casi in cui il giurista sia chiamato ad elaborare o cooperare nell’elaborazione  o applicare norme positive che ritenga in coscienza ingiuste nel contenuto, egli è moralmente obbligato ad astenersi.
Nel caso in cui il giurista sia chiamato ad elaborare o applicare 'leggi imperfette" (non in senso tecnico, ma in senso morale), ossia disposizioni legislative o regolamentari che possono essere considerate accettabili sul piano morale solo in parte, mentre nel loro significato generale sono ritenute ingiuste, ciò che rileva è cogliere il significato oggettivo dell'intervento nel contesto concreto della situazione giuridica.


Per quanto riguarda il comportamento del cittadino, si può delineare una situazione problematica di fronte ad una legge ingiusta:
-       da un lato egli è chiamato ad obbedire sul piano formale (essendo la norma valida estrinsecamente),
-       dall'altro a disobbedire sul piano morale (essendo ritenuta ingiusta intrinsecamente).
E questo l’ambito che apre all'obiezione di coscienza. Si tratta di un atteggiamento che si identifica con la manifestazione di un dissenso nei confronti del comando dell'autorità o della prescrizione legislativa mediante un appello alla coscienza.


L'obiezione di coscienza è la scelta personale espressa da un singolo o da una minoranza di disobbedire in modo pubblico e non violento al foro esterno per obbedire al foro interno. E’ la negazione dell'obbligo giuridico esteriore per affermare i valori interiori della coscienza morale, che vieta il comportamento normativamente prescritto dalla legge.

Nell'ambito del dibattito filosofico emergono diversi modi di intendere la coscienza e dunque l'obiezione di coscienza rispetto al diritto.

- La teoria giusnaturalistica antica ritiene che l’obiezione coincida con il dovere della coscienza morale di rifiutare l'obbedienza alla legge positiva ingiusta in nome dell'obbedienza al diritto naturale
L'obiezione assume il ruolo di richiamo al legislatore alla traduzione nelle leggi positive dei dettami del diritto naturale, nella testimonianza teoretica e denuncia pratica di un 'cattivo' uso del potere.
Se la legge impone un'azione contraria alla legge naturale e al diritto naturale, non si deve osservare in quanto l'osservanza renderebbe l’uomo immorale.

- Il positivismo giuridico ha invece da sempre avversato l'obiezione di coscienza in quanto mette in discussione la positività del diritto ritenuta un dogma, considerandola un contrasto 'apparente' tra norma esteriore e interiore.
Tale teoria, a partire dalla visione soggettivistica della morale, ritiene che il diritto positivo abbia la funzione procedurale di legittimare le istanze di liberta individuali.
In nome della neutralità, si ritiene che il diritto positivo debba essere flessibile ed elastico, al punto da assorbire le diverse pretese emergenti dalla società predisponendo alternative comportamentali in una medesima situazione, al fine di consentire che l'individuo obbedisca alla dottrina positiva esprimendo liberamente i propri convincimenti interiori, ritenuti sul piano morale equivalenti.
Si dovrebbe parlare di  "opzione di coscienza" quale libera espressione giuridicamente consentita dell'arbitrio soggettivo, come fenomeno che accresce inevitabilmente in una società pluralista.
L'obiezione di coscienza rischia di divenire solo una scelta pragmatica impersonale, funzionale e contingente, di mera opportunità, e si snatura il senso proprio, di scelta assiologia che mette in gioco l'obiettore come persona, come testimone della verità.

- Nella prospettiva neogiusnaturalistica l'obiezione di coscienza è intesa come un fenomeno 'eccezionale',' che deve mantenere il significato originario di testimonianza.
Nell'ottica di chi identifica nel diritto uri significato univoco e oggettivo di giustizia nel riconoscimento della dignità intrinseca dell'uomo e della coesistenza sociale, l’obiezione di coscienza va prevista laddove il diritto, nell'elaborazione di legislazioni che tengano conto delle prassi diffuse nella società, non raggiunga soluzioni normative compatibili con alcuni valori ritenuti irrinunciabili, generando un contrasto con i valori costitutivi della giuridicità.

Nell'ambito della ricerca di una normazione che tenga conto del pluralismo etico attraverso una mediazione 'alta' tra valori plurali, l'obiezione di coscienza va configurata secundum legem' ogniqualvolta non risulta possibile — pur nella ricezione dei valori più diffusi nella società — rappresentare in modo sufficiente tutti i valori e conciliarli.
Ciò che va evitato è che l'obiezione di coscienza divenga una mera tecnica di neutralizzazione del dissenso da parte del legislatore o una scelta pragmatica del cittadino, suscitata da motivazioni psicologiche e non propriamente morali che lo porterebbero alla deresponsabilizzazione.