Filosofia del Diritto: Giustificazione Strutturale del Diritto (Legge di Hume)



Presupposti filosofici della giustificazione giuridica

La giustificazione del diritto parte da alcune premesse che devono essere esplicitate.
il primo passo è l'elaborazione della concezione della natura, intesa non solo come l'ambiente che ci circonda ma anche come l’essere della totalità delle cose e dei viventi, incluso l'uomo.

Molte le possibili concezioni della natura.
La concezione matelistico-meccanicistica riduce la natura a macchina, quale insieme o somma di enti materiali estesi che si muovono nello spazio, spiegabili secondo le coordinate dell'estensione e del movimento.
Ogni ente vivente e non, è smontabile e ricomponibile misurabile quantitativamente e matematicamente, governato dalla casualità cieca o dalla causalità deterministica. Anche l'uomo è considerato un assemblaggio di organi, tessuti e cellule, che si evolve e sviluppa secondo la legge causa-effetto.
Ma il meccanicismo, quale visione statica e deterministica della realtà, è stato messo in discussione dalle stesse conoscenze scientifiche empiriche.
La natura non è riducibile a fattualità meccanica. La natura è irriducibile a fenomeno empirico, a fatto o insieme di fatti. La natura è di più della somma o della successione delle parti: si manifesta in tutte, ma non si esaurisce in nessuna di esse. La natura non si offre nella sua interezza direttamente allo sguardo dell'uomo: non tutto è svelato empiricamente all'uomo.

Concezione finalistica della natura: La natura è ordine, cosmo, non caos, cieco impulso o necessità. La natura stessa, che ci è data (e dunque non è prodotta dall'uomo), ce lo mostra. Ogni ente animato vegetale, animale, umano tende verso un fine, agisce in vista di qualcosa, è orientato e inclinato al fine proprio; il fine è la ragion d'essere, ossia ciò per cui un essere è ciò che è.
Ogni ente diviene ciò che è, tende a realizzare la sua essenza, ad attuare le potenzialità intrinseche. E’ qualcosa che non è fisicamente presente nel soggetto agente (di fatto), ma è presente in qualche modo come idea (di diritto), ne orienta l'azione; è un'idea immanente in quanto forma dell’ente.
La concezione finalistica è una concezione sostanziale, non fenomenica del reale: il finalismo individua nel fine l'essenza intrinseca dell'essere, quale principio trascendente di unificazione e di permanenza.

Ma, come acquisire consapevolezza di questa "verità"? L'uomo, mediante la ragione, è in grado di conoscere la verità?
La riduzione meccanicistica della natura presuppone una concezione neopositivista della conoscenza, che si basa sull'assunto: “è conoscibile solo ciò che è empiricamente verificabile, anche solo provvisoriamente”. La conoscenza è fattuale riducendosi ad osservazione e verifica empirica di tutto ciò che è dato direttamente allo sguardo.
Ma questa è solo la ragione scientifica. Il neopositivismo empiristico è stato messo in crisi, nell'epistemologia contemporanea, dal falsificazionismo, con una mera rilevazione del fatto che non si puo’ verificare il principio di verificazione: “il principio metodologico posto fondamento della sensatezza mostra la sua insensatezza”.
Alla ragione non è riconoscibile solo la funzione di osservare fatti e eventi o di prevedere le conseguenze di azioni.E' riconosciuto un ruolo forte nello sforzo di cogliere il fondamento dei fatti, il senso e il significato della natura.

Proprio mediante la ragione è possibile mostrare — a livello antropologico — come l'uomo non sia un individuo, un atomo asociale, un soggetto irrelato, autarchico e autoreferenziale, che non ha bisogno degli altri per costruire la sua identità. L'uomo è l'unico essere in grado di acquisire, mediante la ragione, consapevolezza della verità antropologica a partire da se stesso.
L'uomo è un essere caratterizzato dalla finitudine nel conoscere agire: è un essere che si manifesta a se stesso e agli altri come incompiuto, particolare e contingente. 
Ma l'uomo è anche in grado di essere consapevole della sua difettività ed indigenza, in quanto può pensare l’infinito, l'universale, il perfetto e metterlo a confronto con la sua condizione finita, particolare, imperfetta. In questo senso l'uomo e, aristotelicamente, in una condizione di  medietà  tra Dio, l'Essere perfetto, universale, eterno e l'animale, l'essere finito caratterizzato dalla necessità istintuale o le cose.
Si deve ammettere nella natura umana una dimensione ulteriore rispetto alla materialità e alla oggettività empirica.
La relazionalità costituisce l'essenza dell'umano non solo nella dimensione interiore (nella dialettica finito /infinito) ma anche nella dimensione esteriore. 
La rilevazione fenomenologica mostra che l'uomo si avverte agire: avverte se stesso come soggetto e agente e avverte che nell'azione, nel suo tendere a, incontra/scontra un'alterità estranea, distinta, che resiste, ostacola, si oppone al suo agire. L'alterità è costituita da esseri dissimili (gli enti inanimati, l'ambiente, i vegetali, gli animali) ed enti simili (altri agenti umani).
Avverte che la relazione non è solo un modo di esprimersi dell’io, ma è la sua condizione di possibilità. L’assenza dell'altro non è solo un impoverimento, ma costituisce l'impossibilità dello stesso esserci del soggetto. 


 La "legge di Hume': dall'essere al dover essere

 A partire dalle premesse filosofiche sopra delineate (concezione finalistica della natura, prospettiva cognitivista della conoscenza e antropologia relazionale) è possibile il confronto con la questione nota come “legge di Hume”.

La 'legge di Hume' consiste in un rilievo, formulato da D. Hume, che notava incidentalmente come spesso i filosofi passino indebitamente da espressioni contenenti il verbo essere a proposizioni con il verbo dover essere. A parere dell'autore tale passaggio sarebbe indebito, negando che il fatto possa essere di per sé un valore: se qualcosa è, non è detto che debba essere come è.

 Il punto filosoficamente da discutere, sollevato dalla legge di Hume' è il seguente: è possibile passare da giudizi fattuali (a asserzioni, constatazioni, descrizioni) a giudizi assiologici (valutazioni) e giudizi normativi (prescrizioni)
Tale interrogativo è riformulato dalla filosofia del diritto: è possibile passare dalle descrizioni 'di fatto' della natura alle prescrizioni 'di principio' del diritto?

Nel contesto di una concezione meccanicistica della natura, empiristica della conoscenza e individualistica dell'uomo, non è possibile passare dall’essere dei fatti al dover essere della morale e del diritto .
Meccanicismo e neopositivismo sono presupposti espliciti, o impliciti del non-cognitivismo etico .
Il non-cognitivismo etico asserisce la non possibilità di conoscere, ossia di distinguere verità/falsità, in riferimento ai valori morali. Non esistendo un criterio di verità oggettiva in etica, tutto può essere vero e tutto può essere falso, oppure tutto può essere né vero né falso, nell'ambito assiologico e prescrittivo.
In questa prospettiva di pensiero i fatti sono separati dai valori e dai diritti; l'essere è separato dal dover essere; la natura è separata dal diritto.
L'etica , sganciata dalla natura e dalla conoscenza della natura, apre la strada al soggettivismo: “ la fonte dell'etica è la volontà individuale e che diviene, autoreferenzialmente, norma a se stessa, in quanto decide, sceglie e sceglie il criterio della scelta.
In questo contesto la libertà individuale è esaltata incondizionatamente, senza vincoli e limiti.
Non è giustificabile alcun dovere dell'uomo nei confronti degli altri uomini: semmai è solo postulabile, nell'auspicio di un consenso pragmatico, di un atteggiamento altruistico di benevolenza e simpatia o di un calcolo di convenienza, che supplisca all'assenza di giustificazione oggettiva di valori.
La separazione dell'etica dalla natura e il conseguente soggettivismo morale, portano ad una duplice scissione:
- la scissione del diritto dalla natura alla quale è negata una valenza normativa 
- e la scissione del diritto dall'etica alla quale è negata una valenza oggettiva.

Il diritto, scisso dalla natura e dalla morale soggettiva, il diritto senza verità' oggettiva, tende a divenire strumento meramente formale ed estrinseco, che rinuncia a porre contenuti e a fondare la sua obbligatorietà su di essi, limitandosi a tradurre formalmente le decisioni arbitrarie altrui (della volontà politica o della volontà individuale) oppure limitandosi a registrare la prassi del comportamento sociale o giudiziale.
 Ma l'etica soggettivistica rivela alcune incongruenze:
-       un'etica che volesse essere rigorosamente individualistica e volontaristica, coerente e fedele fino in fondo alle sue premesse, all'esaltazione assoluta della libertà, finirebbe con il negare la libertà reale.
-       L' assolutizzazione della libertà di tutti può essere solo immaginabile ed ipotizzabile in un mondo ideale: nella realtà si tradurrebbe inevitabilmente in un conflitto di tutti contro tutti.


In questo senso la riapertura del passaggio dall’essere al dover essere risulta di particolare rilievo, consentendo la fondazione oggettiva dei valori e del diritto. Ciò è possibile solo nella misura in cui si ritiene e che la natura abbia un senso e che tale senso sia conoscibile dalla ragione umana.
In questo orizzonte di pensiero cognitivista, l'etica si apre alla possibilità di conoscere una verità oggettiva, radicata nell'essere.
 Il fondamento dell'etica è conoscibile dalla ragione dell’uomo nella misura in cui essa coglie le finalità inscritte nella natura che ne costituiscono il senso .
In questo senso la coscienza non crea, ma ri-conosce i valori nella e dalla natura.
La libertà è limitata dalla verità che la antecede; l’essere precede il dover essere.
È la verità di senso della natura che si svela all'uomo mediante  la sua ragione che costituisce la verità oggettiva e universale della morale.
L’oggettivismo /universalismo etico ritiene che l'etica sia 'con' verità .
 La fonte della morale è la ragione che indaga la natura, non la volontà arbitraria a insindacabile del soggetto.

Per realizzare autenticamente la sua natura, l'uomo deve essere relazionale; è chiamato a salvare la relazione. Il suo 'essere è un dover essere , anzi è un 'dovere di essere', in quanto l’essere precede il dover essere.
Se l'etica ha una verità oggettiva e universale radicata nella la natura è possibile riconoscere una dignità ad ogni uomo.
Il riconoscimento della dignità giustifica l'obbligatorietà, il dovere imprescindibile della tutela di ogni uomo.
Affermare la dignità significa riconoscere la non possibilità di ridurre l’altro a prezzo , di non strumentalizzarlo ed oggettificarlo: significa riconoscere un fine in se stesso.
In questo senso si giustifica l'eccezionalità dell'uomo rispetto gli altri esseri viventi: “solo all'uomo va riconosciuta una dignità intrinseca in quanto è l'unico essere in grado di riconoscere il suo dovere ontologico ed etico, dunque di agire moralmente”.
In questo senso il diritto può riaprirsi alla verità e riallacciare i contatti con la natura, con l'uomo, con l'etica.


Il diritto come tutela della dignità umana e della coesistenza sociale

Per comprendere il significato costitutivo del diritto la filosofia del diritto deve porre al centro della riflessione l'uomo, o meglio gli uomini, con una specifica attenzione alla prassi.
Ogni uomo è, nel suo essere costitutivo, libero. Può scegliere nella prassi tra due possibilità o polarità estreme: l’essere "per" l'altro o l'essere "contro" l'altro.
Delle due l'una:
- o l'uomo si rapporta agli altri uomini nel riconoscimento della coesistenza instaurando  relazioni integrative
 - oppure si rapporta nel misconoscimento della coesistenza, dunque nella anti-coesistenzialità in rapporti sempre e solo escludenti.

La scelta pratica coesistenziale coincide con la presa di coscienza che la propria soggettività esiste in quanto si relaziona con le altre soggettività, nella comprensione che la soggettività dell'altro è indispensabile per l’identificazione di sé.
La scelta pratica anticoesistenziale è la negazione (consapevole o non) della relazionalità ontologica: coincide con l'assolutizzazione individualistica e irrelata di sé, con l’affermazione della propria soggettività come assoluta nella reificazione e oggettificazione dell'altro; coincide con l'assolutizzazione della propria libertà, nella subordinazione delle altre liberta.
Dignità umana e coesistenza sociale costituiscono i criteri per una giustificazione strutturale del diritto
“il diritto ha senso e va obbedito nella misura in cui garantisce la dignità ad ogni essere umano e a tutti gli  esseri umani”.
 È questa la risposta ultima e assoluta, perché non apre altre domande sul senso del diritto.
Il diritto è una forma di coesistenza integrativo-includente, ossia uno dei modi strutturati che rende possibili e sicuri i legami intersoggettivi, impedendo mediante la sanzione atti anticoesistenziali, estendendosi 'di principio' sino ad includere tutti gli uomini.
Il  diritto è chiamato a garantire le condizioni di possibilità esteriori per la coesistenza: esteriori, in quanto il diritto non crea rapporti interpersonali affettivi, non si occupa dell'interiorità della coscienza individuale, ma si limita ad assicurare la convivenza associativa.
Il diritto crea vincoli associativi aperti ed universali mediante la regola (una proposizione prescrittiva vincolante generale, senza eccezioni) formulata secondo giustizia, quale valore costitutivo del diritto.
La giustizia nel diritto è la condizione del riconoscimento ad ogni uomo di ciò che gli spetta. La giustizia garantisce la relazionabilità universale degli uomini quale condizione dell'identità, ma anche della libertà e dell'uguaglianza.
La libertà è assicurata mediante la limitazione delle libertà che ne consente la compossibilità.
L'uguaglianza si esprime sul piano ontologico, nell'uguale trattamento per tutti gli uomini, rifiutando eccezioni e privilegi, secondo simmetria e reciprocità.

il diritto giusto è doveroso in quanto “pacificante": è bene (meglio) che ci sia il diritto piuttosto che l'assenza del diritto perché è la condizione per assicurare la dignità ad ogni uomo e attuare la coesistenza pacifica, frenando l'inimicizia, la violenza e la guerra.
La giustizia, quale tutela della natura umana relazionale, giustifica oggettivamente il senso della giuridicità.
Il criterio di giustificazione strutturale dell'obbligatorietà della norma giuridica è la funzionalità alla tutela della dignità umana e della coesistenza nel riconoscimento che il rispetto della dignità umana è un comportamento necessario imprescindibile, per la coesistenza universale, conforme alla natura umana.
Il diritto non fa propria una morale dall'esterno tra le tante morali; il diritto trae la morale da se stesso: “si parla di etica del diritto' o anche 'etica civile' o 'minimo etico”.

Re-introdurre il riferimento alla natura e ai valori nel diritto significa ritornare al giusnaturalismo, ma non al giusnaturalismo tradizionale, caratterizzato dalla staticità.
Affermare che la dignità umana nella relazionalità costituisce il criterio oggettivo di giustizia e di giustificazione della giuridicità significa reinterpretare il giusnaturalismo in chiave dinamica, adeguandolo alla società complessa, secolarizzata e pluralistica.
In questo senso si parla di 'diritto naturale a contenuto variabile'. Significa, più precisamente, ammettere l'esistenza e la conoscibilità della verità nella natura, ma come graduale e progressiva acquisizione.


Argomentazione approfondita prendendo come riferimento Palazzani, L., 2011. Una introduzione filosofica al diritto. 1st ed. Roma: Aracne.