Economia Politica: Teoria del commercio internazionale e Politica Commerciale


La Teoria del commercio internazionale

Gli scambi di beni che avvengono all'interno di un Paese costituiscono il commercio interno, mentre gli  scambi di beni che avvengono tra imprese (o famiglie) di Paesi diversi costituiscono il commercio internazionale.
Il commercio internazionale non è soggetto alle stesse leggi degli scambi interni. Infatti, mentre all'interno di un Paese la mobilita' dei fattori produttivi (capitale e lavoro) è alta, essa è assai minore da un Paese all'altro.
Pertanto la scarsa mobilita' internazionale dei fattori produttivi e delle conoscenze tecnologiche fa si' che questi elementi siano distribuiti in un modo diseguale tra i diversi Paesi. Inoltre le risorse naturali sono distribuite in modo diseguale tra i diversi Paesi.
La produzione di beni avviene a costi diversi ne vari Paesi.
Il fatto che la produzione di alcuni beni sia piu' conveniente in un Paese e la produzione di altri beni sia piu' conveniente in un altro Paese, puo' indurre ogni Paese a specializzarsi nella produzione che per esso è piu' conveniente, facendo cosi' nascere l'esigenza dello scambio internazionale.

I primi economisti che studiarono i problemi del commercio internazionale e in particolare Ricardo misuravano il costo di un bene mediante il tempo di lavoro necessario a produrlo.
Consideriamo due Paesi: l'Inghilterra e il Portogallo , supponiamo nel primo il costo di produzione di 1 quintale di grano sia pari a 80 (ore di lavoro) e nel secondo a 100. Invece il costo di produzione di 1 ettolitro di vino è pari a 110 ore di lavoro in Inghilterra e a 70 in Portogallo. Supponiamo inoltre che i salari siano eguali nei due Paesi. L'Inghilterra ha un vantaggio nella produzione del grano e il Portogallo in quella del vino.
Dall'esempio si deduce subito che agli inglesi converrà' specializzarsi nella produzione di grano e comprare vino dal Portogallo e ai portoghesi converra' produrre solo vino e acquistare grano dall'Inghilterra.
Infatti, se la retribuzione per 1 ora di lavoro è in entrambi i paesi eguale ad esempio ad 1 sterlina, gli inglesi, importando il vino dal Portogallo, potranno ottenere 1 ettolitro spendendo solo 70 sterline, mentre, se lo producessero in casa, dovrebbero spendere 110 sterline.
Considerazioni opposte possono farsi per il grano che ai portoghesi converrà' importare dall'Inghilterra.
Qual è la ragione per cui nasce lo scambio tra i due Paesi?
Sembrerebbe a prima vista che sia la differenza tra i costi di produzione dei due beni.
Ricardo pero' rilevo' un punto assai importante: noto' che la condizione perchè si verifichi lo scambio internazionale non è il divario tra i costi assoluti, ma quello tra i costi relativi (o comparati). Egli enuncio' così la famosa teoria dei costi comparati. Definiamo costo comparato il rapporto tra i costi dei due beni nello stesso Paese.
Nell'esempio precedente il costo comparato (grano/vino) per l'Inghilterra è 80/110 e per il Portogallo 100/70.
Essendovi un divario tra i costi comparati, nascera' lo scambio tra i due Paesi.
La ragione di scambio internazionale è il rapporto tra i prezzi dei due beni nello scambio internazionale.

Quando un Paese ha un vantaggio nella produzione di entrambi i beni, possono darsi due casi: questo vantaggio è uguale per entrambi i beni, oppure è maggiore per uno dei due.
Il primo caso: supponiamo che il costo di produzione di 1 quintale di grano in Inghilterra sia pari a 80 (ore di lavoro) e in Portogallo a 160. Invece il costo di produzione di 1 ettolitro di vino è pari a 120 in Inghilterra e a 240 in Portogallo. Supponiamo sempre che i salari nei due Paesi siano di 1 sterlina per 1 ora di lavoro.L'Inghilterra ha quindi un vantaggio uguale per la produzione di entrambi i due beni. Vi è divario tra i costi assoluti dei beni, ma non tra ic osti comparati. Questi infatti sono 80/120 per l'Inghilterra e 160/240 per il Portogallo (entrambi eguali a 2/3).
In questa situazione lo scambio non si verifichera'; poichè è chiaro che l'Inghilterra non abbia convenienza ad effettuare lo scambio.Perchè lo scambio possa verificarsi infatti, occorre ovviamente che esso sia conveniente per entrambi i Paesi.
Pertanto, quando vi è divario tra i costi assoluti ma non tra i costi comparati, lo scambio internazionale non si verifica.
Il fenomeno per cui lo scambio si verifica anche quando un Paese ha un vantaggio nella produzione di entrambi i beni, ma maggiore in quella di uno dei beni è stato chiamato il paradosso ricardiano.

Possiamo ora chiederci: come si determina il valore esatto della ragione di scambio, cioè come si determinano i prezzi a cui i beni vengono scambiati sui mercati internazionali?
La determinazione dei prezzi di equilibrio sul mercato internazionale avviene come nei mercati interni.Vi è pero' una differenza: mentre nei mercati interni noi consideriamo la domanda e l'offerta di un singolo bene, nella teoria del commercio internazionale consideriamo due Paesi che si scambiano reciprocamente due beni. Parliamo infatti di ragione di scambio internazionaleche non è altro che il rapporto tra i prezzi dei due beni.
La ragione di scambio di equilibrio sarà' pertanto il rapporto tra i prezzi di equilibrio dei due beni, cioè, per restare negli esempi precedenti, il rapporto tra il prezzo del grano e il prezzo del vino.
Possiamo concludere: nello scambio dei beni tra due Paesi la posizione di equilibrio è caratterizzata da quella ragione di scambio che eguaglia per ciascuno dei due beni la quantità domandata da un Paese e la quantita' offerta dall'altro Paese. Questo risultato è dovuto all'economista Mill.


La teoria dei costi comparati fu la base scientifica per sostenere la necessita' dell'abolizione dei dazi sul grano nell'Inghilterra della prima meta' dell'ottocento.
I costi di produzione dei beni venivano da Ricardo misurati in ore-lavoro, secondo la teoria classica per cui il valore di un bene è dato dalla quantità di lavoro che occorre per produrlo. Con l'affermarsi dell'indirizzo neoclassico, per cui i prezzi dei beni non sono determinati dalle quantità di lavoro in essi incorporate ma dalle preferenze soggettive, si senti' l'esigenza di riformulare anche la teoria dei costi comparati.
Haberler in particolare ha misurato i costi di produzione dei beni non in termini di ore-lavoro ma di costo-opportunità.
Il costo-opportunità indica cioè la produzione alternativa cui occorre rinunciare per ottenere un'unita' in piu' di un dato bene.

Abbiamo visto che lo scambio internazionale si verifica perchè esistono differenze nei costi (comparati) di produzione dei beni nei vari Paesi.
Una delle cause fondamentali di tali differenze è costituita dalla diversità nella dotazione dei fattori produttivi tra le nazioni che è determinata da una diversa dotazione naturale di risorse e anche dal grado di sviluppo dei vari Paesi, dalle loro istituzioni sociali, in una parola dalla loro storia.
Gli economisti svedesi Heckscher e Ohlin sostengono che ogni Paese tenderà ad esportare quei beni la cui produzione richiede un uso piu' inteso del fattore che nello stesso Paese è abbondante.
Ogni Paese quindi esporterà quelle merci nella cui  produzione è specializzato. Le analisi empiriche pero' non sempre hanno dato conferma di questa teoria; es. gli Stati Uniti risultano essere esportatori anche di beni ad alta intensità di lavoro,sia pure fortemente specializzato,e importatori di merci ad elevato contenuto capitale.Questo risultato, che è in contrasto con la teoria di Heckscher-Ohlin, è noto come paradosso di Leontief.
Heckscher e Ohlin inoltre hanno sostenuto che i prezzi dei fattori produttivi nei Paesi tra i quali si svolge lo scambio internazionale tendono ad eguagliarsi.
Quando i fattori (capitali e uomini) sono anch'essi mobili (sia pure parzialmente) da un Paese all'altro, la tendenza all'eguagliamento dei prezzi dovrebbe rafforzarsi.

Il dibattito sulla teoria di Heckscher-Ohlin ha messo in evidenza che il commercio internazionale non puo' essere collegato esclusivamente alla dotazione dei fattori produttivi dei diversi Paesi, per cui occorre prendere in esame altri elementi e in particolare il progresso tecnico.La teoria del ciclo del prodotto mira a schematizzare le fasi della vita di un bene per derivare da questo schema delle conclusioni sulla composizione del commercio internazionale e sul suo sviluppo.
Un prodotto nuovo richiede sempre ricerca , sperimentazione,adattamento ed anche eventuali modificazioni (cioè determina dei prezzi alti del prodotto). E' questa la fase introduttiva della sua vita.
A questa succede una fase di sviluppo in cui il bene puo' essere prodotto in serie e distribuito su larga scala.Diminuisce l'Importanza del fattore lavoro nel processo produttivo,mentre aumenta l'intensita' del capitale (il prezzo del bene diminuisce).
Viene quindi la fase della maturità , man mano che il mercato diventa saturo.Il volume delle vendite del prodotto raggiunge un limite, anche se alcune imprese possono espandere la loro quota di mercato riducendo quella delle altre.Il bene in questa fase è del tutto standardizzato e i processi produttivi impiegano ancora piu' intensivamente il capitale.
Le unità produttive divengono piu' ampie e la manodopera utilizzata è prevalentemente poco qualificata.Un aumento del prezzo del bene ora provocherebbe una consistente riduzione della sua domanda.



La Politica Commerciale

 Si deduce che una politica ispirata alla liberta' degli scambi (o di libero scambio), cioè una politica che non pone restrizioni e vincoli agli scambi internazionali, consente ad ogni Paese di specializzarsi nelle produzioni in cui ha costi minori e avvantaggia tutte le nazioni. In tal modo infatti tutti i beni vengono prodotti al minor costo possibile.
Spesso pero' i Paesi hanno adottato politiche protezionistiche, volte a ridurre le importazioni e ad espandere le esportazioni. Gli strumenti principali attraverso cui tali politiche vengono realizzate sono i dazi doganali (o tariffe), i contingenti di importazione e i sussidi all'industria nazionale.
I dazi doganali sono tributi che colpiscono le merci straniere che entrano nel territorio nazionale.
I dazi possono essere specifici o ad valorem:
-specifico: è commisurato alla quantita' della merce importata.
- ad valorem: invece è commisurato ad una percentuale del valore della merce importata.In Italia si adotta quasi esclusivamente il sistema dei dazi ad valorem.
A seconda dei fini che perseguono, i dazi si distinguono in fiscali e protettivi.I primi hanno lo scopo di fornire delle entrate finanziarie allo Stato, i secondi di scoraggiare l'ingresso delle merci straniere nel Paese.
I contingenti (o contingentamenti) di importazione consistono nel determinare la quantita' massima di un prodotto estero che puo' essere importata.
Per poter applicare questa misura in pratica, di solito si introduce un sistema di licenze di importazione, per cui chiunque desideri importare quella merce deve procurarsi prima la licenza dai competenti organi amministrativi.
I sussidi o premi (del Governo) all'industria nazionale, detti anche premi all'esportazione, consistono nel pagare somme di danaro, oppure nel concedere sgravi tributari o degli oneri sociali alle imprese. Queste misure riducono i costi di produzione delle imprese, le quali potranno esportare di piu' e vendere di piu' all'interno, determinando una diminuzione delle importazioni.

I dazi e i sussidi alterano i prezzi dei beni e quindi i costi comparati, riducendo gli scambi di merci tra Paesi. La politica protezionistica in una parola distrugge ricchezza.
Le misure protezionistiche riducono il benessere anche del Paese che le adotta perchè producono l'effetto di far impiegare risorse, cioè uomini e capitali, nella produzione di certi beni a costi piu' elevati anziché nella produzione di altri beni a costi minori, e quindi avvantaggiano interessi sezionali a scapito del benessere generale della collettività.
La necessita' per gli Stati di adottare politiche protezionistiche è stata pero' sostenuta sulla base di diverse argomentazioni. La prima è di carattere extra-economico. Si sostiene che l'eccessiva specializzazione produttiva puo' danneggiare l'indipendenza politica di un Paese.
Altri argomenti sono di natura economica. Tra questi il piu' noto è quello dell'industria giovane secondo cui un Paese nella fase iniziale dello sviluppo deve adottare misure di protezione dalla concorrenza estera, altrimenti le industrie non potrebbero nascere e quelle nate da poco non potrebbero sopravvivere. La politica protezionistica pero' dovrebbe essere abbandonata quando le industrie si fossero irrobustite e consolidate.
Altri scrittori come Fichte avevano teorizzato l'autarchia, cioè la chiusura commerciale, come ideale permanente perchè consideravano il commercio estero una causa di rivalità tra i Paesi, che li avrebbe prima o poi portati allo scontro bellico.
Un altro argomento a favore del protezionismo è quello dell'occupazione. L'introduzione di un dazio fa aumentare la produzione e di conseguenza l'occupazione nei settori protetti.
Altri economisti si sono chiesti quale sia per uno Stato la struttura tarifarria ottimale, dando per implicito che il libero scambio non rappresenta necessariamente la scelta migliore dal punto di vista del singolo Paese.

La politica di un Paese volta a regolare gli scambi di merci con gli altri paesi prende il nome di politica commerciale, la quale puo' essere ispirata alla libertà degli scambi (cioè liberalista o liberoscambista) oppure puo' essere protezionista.
Un particolare strumento del protezionismo è rappresentato dal dumping, che consiste: le grandi imprese nazionali vendono i loro prodotti sui mercati stranieri ad un prezzo inferiore al costo di produzione (per accrescere le esportazioni) , e recupetano la perdita vendendoli all'interno del Paese ad un prezzo assai piu' alto.

La tariffa doganale di uno Stato è l'elenco di tutte le merci che lo Stato colpisce con un dazio al loro ingresso.
La tariffa puo' essere:
-generale:quella che lo Stato applica alle merci dei Paesi con i quali non ha stipulato trattati di commercio 
-e convenzionale: è quella che lo Stato applica alle merci provenienti da Paesi con cui ha stipulato trattati di commercio.

Una clausola che viene inserita nei trattati di commercio è la clausola della nazione piu' favorita.
Per effetto di essa, ogni riduzione della tariffa generale, che un Paese A accorda ad un qualunque Paese B, si estende automaticamente a quel Paese C con cui il Paese A aveva stipulato tale clausola.
I dazi che colpiscono l'importazione di materie prime o di semilavoro determinano aumenti dei costi dei prodotti manufatti che derivano dalla loro trasformazione e quindi si traducono in un ostacolo all'esportazione dei prodotti manufatti. Per evitare ciò' si puo' ricorrere al drawback che consiste nel meccanismo per cui lo Stato romborsa al produttore del manufatto il dazio che il produttore stesso ha pagato sulel materie prime che ha importato e impegato nella fabbricazione del manufatto.

Esistono infine altri strumenti della politica commerciale che sono strumenti di protezionismo.
Essi sono noti come barriere  non tariffarie, cioè barriere, ostacoli ai commerci, pero' diversi dalla tariffe (ossia dai dazi).Tali barriere hanno avuto un forte sviluppo a partire dalla meta' degli anni Settanta.
Due esempi di barriere non tariffarie sono restrizioni volontarie all'esportazione e i regolamenti sanitari.
Le prime consistono nel fenomeno per cui un Paese A, facendo uso della sua forza politica, convince un altro Paese B a ridurre le sue sportazioni verso A.
Le seconde: es. venezuela Stati Uniti.

Quando piu' Paesi si impegano ad eliminare i dazi tra di loro, si ha una zona (o area) di libero scambio. Se essi si impegnano anche ad attuare una politica tariffaria comune si ha un unione doganale.
Se un unione doganale prevede anche la liberta' di movimento dei fattori produttivi (uomini e capitali), si ha un mercato comune.
Se i Paesi prevedono politiche economiche comuni si ha un unione economica.
Un esempio do area di libero scambio è l'EFTA (European Free Trade Association) che era sorta nel 1958.
La comunita' Economia Europea (CEE), attualmente chiamata Unione Europea (UE), è un mercato comune e ambisce ad essere un unione economica.


Argomentazione approfondita prendendo come riferimento Palmerio, G., 2011. Elementi di Economia Politica. 10th ed. Bari: Cacucci Editore.