Economia Politica: Inflazione e la Teoria di Phillips


L'inflazione

Le cause dell'inflazione

Per l'inflazione si intende un aumento generalizzato dei prezzi dei beni. Essa viene definita strisciante se l'aumento è modesto (di solito inferiore del 10% in base annua), e galoppante se l'aumento è elevato (ad es. 30% in base annua). Da 50 anni a questa parte l'inflazione è uno dei problemi centrali delle economie industrializzate.
Per i monetaristi l'inflazione è determinata essenzialmente da un aumento della quantita' di moneta sproporzionato rispetto all'aumento della produzione dei beni. Un aumento della quantita' di moneta prima o poi si tradurrà in domanda di beni, facendo salire i prezzi se l'offerta di beni non puo' essere espansa perchè il sistema economico è vicino alla piena occupazione.
Per Keynes invece la grandezza rilevante non è la quantità di moneta ma la domanda globale, dato che la moneta potrebbe non essere spesa. La domanda globale dipende dalla propensione al consumo delle famiglie e dalla propensione all'investimento delle imprese. Quando il sistema raggiunge la piena occupazione, l'eccesso di domanda sull'offerta determina un aumento dei prezzi. Si parla in questo caso di inflazione da domanda.

Negli ultimi trent'anni diversi economisti hanno indicato nelle previsioni provenienti dal lato dei costi la causa primaria dell'inflazione. Se i costi di produzione aumentano fortemente,le imprese aumenteranno i prezzi (:inflazione da costi).
L'aumento eccessivo dei salari inoltre non rappresenta solo un incremento dei costi di produzione per le imprese, ma si traduce anche in un espansione della domanda di beni di consumo e quindi della domanda globale. Se il sistema è vicino alla piena occupazione, ciò' determina un aumento dei prezzi.
Si afferma piu' brevemente che i salari (il saggio di salario) devono crescere (alla stessa velocità) come la produttività (produttività media del lavoro).
Spesso accade che nei settori in cui l'aumento della produttività' è piu' rapido i salari crescono allo stesso ritmo della produttività. Ma per un effetto di imitazione anche i salari dei settori in cui l'aumento della produttività è lento, come l'agricoltura e il terziario. Ne deriva un aumento dei prezzi dei prodotti dei settori in cui la crescita della produttività è piu' lenta. Si ha così un inflazione settoriale.

L'economista Phillips sosteneva che le cause dell'inflazione risiedono sopratutto nel mercato del lavoro. Egli riteneva che i salari aumentavano sempre piu' velocemente man mano che il sistema si approssimava al pieno impiego. Quando il tasso di crescita dei salari era molto elevato, ciò determinava aumento dei prezzi.
La teoria di Phillips viene espressa mediante una curva nota come curva di Phillips:


Grafico 1


Mostra che al crescere del tasso di sottoccupazione il tasso di crescita dei salari monetari diminuisce fino a diventare dapprima nullo e infine negativo.











Le possibile spiegazioni date da Phillips e da economisti successivi sono due:
- Secondo alcuni l'esistenza di un elevato numero di disoccupati riduce la forza contrattuale dei sindacati, per cui i salari aumentano poco (in generale in una situazione di crisi economica: i sindacati temono che le imprese possano avere maggiori difficoltà e quindi licenziare altri lavoratori). Quando il sistema economico è vicino alla piena occupazione, accade il contrario.
- Altri invece sostengono che quando la disoccupazione è scarsa le imprese hanno difficoltà a trovare lavoratori e quindi offrono loro salari sempre piu' elevati. Il fenomeno dello slittamento salariale (wahe drift) (per cui le retribuzioni che le imprese pagano effettivamente ai lavoratori sono superiori a quelle stabilite nei contratti collettivi), sarebbe una prova di tale affermazione.

Negli anni 60 dalla teoria di Phillips e dei suoi seguaci sono state tratte concrete indicazioni di politica economica.Se si vuole raggiungere la stabilità dei prezzi, occorre che i salari aumentino allo stesso ritmo della produttività.
Bisogna allora individuare il tasso di disoccupazione che determina quel ritmo di aumento salariale.In generale risulta eguale al 3-4% della forza lavoro, ed è un tasso politicamente accettabile,perchè costituisce la disoccupazione frizionale. Se la disoccupazione si riducesse ulteriormente, i salari crescerebbero piu' rapidamente della produttività e i prezzi di conseguenza aumenterebbero.
Le aspettative inflazionistiche spingono sia i sindacati a chiedere maggiori aumenti del salario monetario sia le imprese ad accogliere tali richieste perchè pensano di poter assorbire tale aumento dei costi mediante l'aumento dei prezzi di vendita dei beni. Ma le imprese, quando si rendono conto che il costo del lavoro in termini reali non è diminuito e la domanda di beni non è aumentata, non assumeranno piu' lavoratori.
Pertanto la curva di Phillips ha la forma del grafico 1 nel breve periodo.
Nel lungo periodo essa è una retta verticale come nel grafico 2 perchè la disoccupazione persiste qualunque sia il tasso di inflazione generato da una politica monetaria espansiva.

Grafico 2



Negli anni 60 del secolo scorso si è manifestato un fenomeno cui è stato dato il nome di staglafazione o stagnificazione.
Le cause di questo vanno individuate proprio nel fatto che anche in presenza di livelli di disoccupazione elevati il processo inflazionistico si autoalimenta attraverso le aspettative.
Gli individui, di fronte ad una aumento dei prezzi, ne prevedono uno maggiore per il futuro. Su questa base le organizzazioni sindacali chiedono forti aumenti salariali, che a loro volta generano ulteriore aumenti dei prezzi.
Un altro aspetto messo in evidenza è che numerose imprese oggi,operando in regime di oligopolio anziché di concorrenza perfetta, possono influenzare i prezzi dei beni che producono e vendono.
L'inflazione sarebbe cioè determinata dalla collusione tra le imprese industriali oligopolistiche e i sindacati ce sono anch'essi degli oligopoli.

Un altro fenomeno considerato ampiamente negli ultimi venti anni è l'inflazione importata all'estero.
I Paesi dell'Europa occidentale sono poveri di materie prime, le importano dal resto del mondo e le trasformano in prodotti finiti che in parte riesportano. Un aumento dei prezzi internazionali delle materie prime vi genera inflazione da costi, come è avvenuto, ad es, dopo il 1973 quanto i Paesi produttori di petrolio ne hanno aumentato fortemente il prezzo.
L'esistenza di grandi quantità di dollari fuori dagli Stati Uniti (i cosidetti eurodollari; petrodollari quelli posseduti dai Paesi produttori di petrolio), dovuta al disavanzo della bilancia dei pagamenti americana negli ultimi quarant'anni, è stata non di rado causa di inflazione per i Paesi europei, dato che questi capitali si spostano con facilita' da una nazione ad un'altra in cerca di rendimento piu' elevato. La svalutazione del cambio infine puo' generare inflazione.
Il salario inoltre è il prezzo del lavoro e aumenta, come tutti gli altri prezzi, quando l'offerta di moneta nel sistema economico si espande troppo rapidamente.
Un discorso analogo lo fanno i monetaristi riguardo l'inflazione internazionale: anche l'aumento dei prezzi delle materie prime in tanto ha provocato inflazione in quanto gli Stati Uniti, per mettere in condizione loro stessi e gli altri Paesi industrializzati di acquistarle ai nuovi prezzi, hanno aumentato la quantità di dollari, cioè la moneta con cui si regolano gli scambi internazionali.


Gli effetti dell'inflazione

L'inflazione induce gli individui  a non detenere la ricchezza sotto forma di moneta o di obbligazioni e li spinge ad acquistare immobili,preziosi,merci, i cui prezzi aumentano.
Per indurre gli individui a detenere la ricchezza sotto forma monetaria le banche dovranno offrire tassi di interesse assai alti sui depositi, in modo da compensare i depositanti della svalutazione.
Quindi l'aumento della quantita' di moneta, quando genera l'inflazione, fa salire, oltre che i prezzi, anche i tassi di interesse.
La proposizione keynesiana che un aumento dell'offerta  di moneta fa diminuire il tasso di interesse è valida solo quando i prezzi dei beni non variano; e questa è del resto l'ipotesi considerata da Keynes.
La forte inflazione mette in difficolta' le imprese le quali non riescono a compiere un corretto calcolo economico. E' questo il fenomeno, cui abbiamo gia accennato, di autoalimentazione ell'inflazione attraverso le aspettative.
In un economia aperta, se i cambi sono fissi, l'aumento dei prezzi riduce la competitivita' internazionale delle merci.
Infine l'inflazione ha rilevanti effetti redistributivi del reddito tra i gruppi sociali. L'aumento dei prezzi avvantaggia le imprese, i commercianti, i professionisti, i proprietari di immobili e di preziosi, mentre colpisce i gruppi sociali a reddito fisso, dato che il potere d'acquisto delle loro entrate si riduce.
L'inflazione infine danneggia i creditori e avvantaggia i debitori.Il creditore è vero che pagherà un interesse sul prestito, ma spesso il tasso di interesse è inferiore al tasso di inflazione, cioè al tasso di aumento dei prezzi.


Argomentazione approfondita prendendo come riferimento Palmerio, G., 2011. Elementi di Economia Politica. 10th ed. Bari: Cacucci Editore.