Economia Politica: Effetto Pigou, Monetarismo e Keynesiani


Critiche alla Teoria Keynesiana e sviluppi successivi


L'effetto Pigou

Diversi autori hanno criticato la tesi di Keynes secondo cui non esiste un meccanismo endogeno che porta il sistema economico alla piena occupazione.
Tra questi va ricordato Pigou il quale affermava che una riduzione dei salari, determianndo una diminuzione della domanda globale come diceva Keynes, avrebbe provocato una diminuzione dei prezzi, e cio' avrebbe determinato un aumento del valore reale delle scorte monetarie (cioè del denaro) possedute dagli individui (il cosidetto effetto Pigou).
E' chiaro che, se i prezzi dei beni diminuiscono, con una data somma di denaro le persone possono acquistare quantità' maggiori di beni.
Cio' farà aumentare la produzione, spingendo il sistema economico alla piena occupazione. Pigou sottolineava che il consumo di un individuo dipende non solo dal suo reddito ma anche dalla sua ricchezza cioè il suo patrimonio.
Nel dibattito sull'efficacia dell'effetto Pigou diversi autori hanno rilevato che non bisogna dimenticare che nel sistema economico esistono i creditori e i debitori. I creditori diventano piu' ricchi perchè il valore reale dei loro crediti aumenta, mentre per la stessa ragione fa sentire i debitori piu' poveri.
Pertanto una diminuzione dei prezzi non farebbe varaiare la domanda complessiva dei beni di consumo.


Il Monetarismo

Friedman e gli economisti dell'Universita di Chicago, i cosidetti monetaristi, giungono a conclusioni molto diverse da quelle dei keynesiani.
I monetaristi hanno in primo luogo una teoria della domanda di moneta piu' complessa di quella di Keynes.
Essi ritengono che la moneta non sia un sostituto delle obbligazioni soltanto ma di tutte le attività' finanziarie e reali. Ogni individuo puo' detenere il suo reddito e il suo patrimonio in diverse forme: moneta,obbligazioni, azioni, terreni,fabbricati, ecc.
La domanda di moneta di una persona dipenderà dal patrimonio complessivo che egli possiede, dalle sue preferenze per le diverse forme di investimento, dal rendimento di ciascuna di queste.
Date le difficoltà' di misurare statisticamente il patrimonio, Friedman usa come indice di esso il reddito dell'individuo, pero' non quello di un singolo anno, ma il "reddito permanente", che è il reddito medio della persona calcolato su di un periodo di parecchi anni.
Friedman insiste sul fatto che gli individui valutano la quantità di moneta che desiderano detenere, cioè la domanda di moneta, in termini reali, ossia di effettivo potere di acquisto che la moneta ha; e quindi, se i prezzi dei beni aumentano, crescerà anche la domanda di moneta degli individui.

Un aumento dell'offerta di moneta, secondo i keynesiani, genera essenzialmente sostituzione tra moneta e titoli. Aumenta il prezzo dei titoli, diminuiscono i saggi di interesse e ciò' spinge le imprese ad acquistare beni d'investimento.
Invece per i monetaristi l'aumento dell'offerta di moneta modifica i tassi di rendimento di tutte le attività' patrimoniali e non solo i tassi d'interesse.
In altri termini l'aumento dell'offerta di moneta, realizzato mediante un operazione di mercato aperto, determina una ristrutturazione, ossia un mutamento, di tutti gli acquisti degli individui: di azioni, beni patrimoniali, beni di consumo durevole, ecc.
Attraverso tale processo gli individui tenderanno a ricostituire il rapporto moneta-reddito desiderato.
L'aumento dell'offerta di moneta darà luogo ad un aumento proporzionale della domanda di beni, cioè della spesa. Se il sistema non è in piena occupazione, crescera' la produzione; se viceversa vi è il pieno impiego, aumentera' il livello dei prezzi.
In entrambi i casi aumentera' il reddito e quindi diminuira' il rapporto moneta reddito (K = M / PxQ); la velocita' di circolazione della moneta aumentera' e tornera' al livello precedente.

In generale, per i keynesiani, gli individui, quando hanno una quantita' di moneta maggiore di quella che desiderano, compreranno titoli del debito pubblico; per i monetaristi invece gli individui acquisteranno non solo tali titoli ma anche azioni, beni patrimoniali e ogni tipo di beni.
Le conclusioni dei monetaristi sono che un aumento dell'offerta di moneta determina un aumento del livello dei prezzi.
I monetaristi ritengono di trovare una conferma alla veridicita' del processo dicendo che la velocita' di circolazione è variabile nel breve periodo mentre è abbastanza stabile nel lungo periodo.
Nel breve periodo pero', sostiene Friedman, il rapporto moneta-reddito non varia in modo imprevedibile, come affermava Keynes, ma secondo una legge precisa.
Nelle fasi di depressione dell'economia gli individui detengono un'ampia parte del proprio reddito sotto forma di moneta perchè non temono l'inflazione. Quindi K aumenta e V diminuisce.
Nei periodi di espansione dell'economia , gli individui acquistano sia titoli sia beni, per cui detengono solo una piccola frazione del proprio reddito sotto forma di moneta. Quindi K diminuisce e V aumenta.
In situazione di inflazione gli individui tentano di disfarsene della moneta che sta perdendo valore, pertanto sia le famiglie che le imprese detengono poca moneta. K diminuisce e V aumenta.
In conclusione, secondo i monetaristi, le indagini empiriche mostrano che la velocita' di circolazione della moneta diminuisce nei periodi di depressione, mentre aumenta nei periodi di espansione e di inflazione.

Sempre le indagini empiriche mostrano che anche nel lungo periodo il rapporto moneta-reddito subisce delle variazioni. La velocita' di circolazione della moneta mostra una tendenza, sia pure molto lenta, al declino secolare.
In ogni caso il fatto che vi sia una stretta correlazione tra crescita della quantita' di moneta e crescita del reddito nazionale di per se' non prova che l'aumento della quantita' di moneta (M) sia la causa dell'aumento del reddito monetario, cioè della produzione (Q) o del livello generale dei prezzi (P).
I monetaristi hanno cercato di dimostrare che l'aumento dell'offerta di moneta di norma precede l'aumento del reddito monetario, ma non sempre le indagini empiriche provano cio' o sono soggette ad un'interpretazione univoca.
La questione pertanto è se l'offerta di moneta possa considerarsi esogena, cioè determinata dalle autorità monetarie indipendentemente dalla crescita del reddito e della domanda di moneta.
Ma è proprio questa l'ipotesi contestata dai keynesiani i quali affermano che le autorità aumentano l'offerta di moneta in risposta ai bisogni del sistema economico, ad esempio per finanziare il disavanzo pubblico ovvero l'aumento degli investimenti e dei consumi privati.
Pertanto l'argomentazione dei Keynesiani è duplice: in primo luogo non credono che la velocita' di circolazione della moneta sia costante; ma, anche se questa lo fosse, cio' non proverebbe la validita' della teoria quantitativa della moneta.
Diversi autori di matrice keynesiana propongono di usare la politica monetaria in funzione anticongiunturale espandendo l'offerta di moneta nei periodi di depressione in modo da stimolare l'aumento degli investimenti e del reddito nazionale, e contraendola nei periodi di inflazione in modo da ridurre la domanda globale e frenare l'ascesa dei prezzi.
I monetaristi respingono questa posizione sostenendo che variazioni della quantità di moneta producono effetti sulle grandezze reali con notevole ritardo, per cui gli effetti espansivi della politica monetaria sugli investimenti si produrrebbero quando l'economia sta già superando automaticamente la depressione e quindi potrebbero far aumentare eccessivamente la domanda globale, con un conseguente aumento dei prezzi.
Analogamente gli effetti frenanti della politica monetaria potrebbero prodursi quando la fase di espansione con impulsi inflazionistici si sta esaurendo, per cui potrebbero creare una depressione.
In generale, per i monetaristi, nel breve periodo la quantità di moneta puo' avere effetti sulle grandezze reali, come il reddito e l'occupazione, ma con intervalli temporali variabili e imprevedibili.
Inoltre i monetaristi ritengono che la quantità di moneta nel lungo periodo determina il livello generale dei prezzi e tutte le variabili espresse in termini monetaricome il reddito monetario e il saggio d'interesse monetario.
Se vi è una certa disoccupazione nel sistema economico questa, sostiene Friedman, non puo' essere eliminata mediante una politica monetaria espansiva.
La politica monetaria puo' quindi produrre effetti temporanei di riduzione della disoccupazione, ma solo al costo di aggravare la situazione generando successivamente inflazione e una maggiore disoccupazione.
Pertanto, conclude Friedman, le autorità non devono usare la politica monetaria in funzione anticiclica.
Le forze di mercato (della domanda e dell'offerta) correggeranno esse stesse le tendenze recessive e inflazionistiche che dovessero prodursi nel corso dello sviluppo.
La visione di Friedman comporta quindi l'adozione di regole automatiche da parte dei pubblici poteri anziche' di regole descrizionali come suggerisce la scuola keynesiana.

In realta' i monetaristi ritengono che gli interventi dello Stato siano destabilizzanti: non solo la politica monetaria usata in funzione anticiclica, ma anche le leggi o i contratti collettivi di lavoro che fissano un salario monetario minimo; pertanto per i monetaristi non le principali instabilita' derivano piuttosto dagli interventi delle autorità.
Anche sulla politica fiscale i monetaristi hanno una opinione precisa; essi ritengono che i deficit di bilancio e le variazioni della politica fiscale hanno scarsissimi effetti sul livello dell'attività economica e sul livello dei prezzi, a meno che non siano accompagnati da variazioni nello stock, cioè nella quantità, di moneta.
I keynesiani invece sostengono che le economie dei Paesi industrializzati hanno registrato una stabilità molto maggiore nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, in cui i Governi hanno fatto largo uso delle politiche di stabilizzazione (monetarie e fiscali).
I monetaristi infine sottolineano che l'inflazione difficilmente potrebbe raggiungere livelli elevati se le autorità non espandessero l'offerta di moneta piu' rapidamente della crescita del reddito reale, cioè della produzione.


Argomentazione approfondita prendendo come riferimento Palmerio, G., 2011. Elementi di Economia Politica. 10th ed. Bari: Cacucci Editore.