Diritto Costituzionale: Tipologia delle pronunce della Corte Costituzionale


  Tipologia delle pronunce della Corte Costituzionale :


Nelle sue linee generalissime, uno schema di funzionamento delle decisioni rese dai giudici costituzionali può essere così tratteggiato:
Riscontrato un vizio  di costituzionalità, nei sistemi dove il sindacato è diffuso il giudice disapplica la legge nella causa in esame; il precedente vincola, più o meno intensamente, tutti i giudici di grado inferiore.
La Corte costituzionale italiana non può esimersi dal pronunciarsi su una questione di costituzionalità sottopostale
L'art. 18 della 1. n. 87/1953 stabilisce a questo proposito che il giudizio in via definitiva va reso con sentenza; e che tutti gli altri provvedimenti di sua competenza siano adottati con ordinanza.

 Decisioni processuali: la progressiva utilizzazione delle ordinanze:

In particolare, vengono oggi decise quasi sempre con ordinanza le questioni di manifesta inammissibilità, con le quali la Corte rifiuta di entrare nelle scelte discrezionali del legislatore, o rileva la carente motivazione dell'ordinanza di rinvio (sia per quanto riguarda la rilevanza che la non manifesta infondatezza), o stabilisce di non passare all'esame del merito perché la questione riguarda norme già dichiarate in precedenza illegittime, o che non hanno forza di legge, o respinge ricorsi presentati oltre i termini o da autorita’ non legittimate.
Egualmente, un elevatissimo numero di ordinanze dichiara la manifesta infondatezza quando alla Corte è sottoposto un caso identico, analogo o simile a uno gia’ deciso in precedenza.

Corrispondenza tra chiesto e pronunciato:

Quando passa all'esame di merito, la Corte soggiace a una regola aurea della giurisdizione, che si riassume nella formula della «corrispondenza tra chiesto e pronunciato»: ciò significa che essa deve attenersi al c.d. thema decidendum, a ciò che è stato chiesto dal giudice o dal ricorrente (petitum), con riferimento all'oggetto e al parametro o ai parametri della questione. 


Le sentenze di accoglimento:


Le sentenze, dette "di accoglimento", con cui la la Corte costituzionale accoglie un eccezione prospettatale dal giudice a quo oppure un ricorso sono  quelle il cui impatto sull'ordinamento complessivo veniva maggiormente paventato dall’Assemblea Costituente. Non casualmente, solo di esse la Costituzione si occupa, disciplinandone gli effetti, sia pure nelle grandissime linee. Recita infatti l'art. 136, c. 1: «Quando la Corte dichiara l'illegittimità costituzionale di una norma di legge o di atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione».
Nonostante la lettera dell'art. 136, c. 1, Cost., la sentenza di accoglimento opera retroattivamente: se così non fosse, e gli effetti si spiegassero «dal giorno successivo alla pubblicazione», che interesse avrebbe un privato, o il ricorrente, o lo stesso giudice a quo, a eccepire l'incostituzionalità della legge, dato che si dovrebbero comunque applicare le norme della cui costituzionalità si discute?
L'effetto della pronuncia è infatti generale - opera come si suole dire erga omnes- e ogni discriminazione tra soggetti direttamente coinvolti e terzi risulterebbe arbitraria e incostituzionale.

Ci sono però dei limiti alla retroattività delle pronunce di accoglimento (e anche tali limiti dimostrano che non siamo in presenza di sentenze dichiarative di nullità): 
in particolare, resta intangibile l'effetto di giudicato delle sentenze, ne rappresenta un eccezione l'applicazione del principio del favor rei, in virtù del quale la dichiarazione di incostituzionalità di una norma sulla quale poggiò una sentenza penale di condanna passata in giudicato fa cessare gli effetti di tale sentenza.
Nel diritto comparato è ormai frequente che le Costituzioni più recenti o le
leggi attuative consentano a Corti e Tribunali costituzionali di sospendere l'efficacia delle decisioni, o addirittura che prevedano tali effetti ope legis, quanto meno per alcune categorie di atti oggetto di giudizio.
In particolare, la Corte costituzionale italiana ha preso a disporre degli effetti temporali delle proprie pronunce sia utilizzando la tecnica della doppia pronuncia (ovvero, facendo salva per ora una normativa, ma invitando il legislatore a riformarla quanto prima); sia dichiarando che l'incostituzionalità è sopravvenuta da una certa data (il che può essere, giacché la stessa disposizione può mutare significato a far tempo da un determinato momento, sol che muti il contesto in cui essa si cala); sia infine dichiarando l'incostituzionalità della norma impugnata nella parte in cui non individua un meccanismo adeguato per tutelare adeguatamente il diritto costituzionalmente protetto, ma demandando al legislatore di introdurlo entro una certa data.

Sentenze di rigetto:

Diversamente dalle sentenze di accoglimento, quelle di rigetto non godono, secondo la communis opinio e la stessa giurisprudenza costituzionale, di efficacia generale: i loro effetti si esauriscono infatti nell'ambito del processo in cui sorsero, vincolando il giudice e le parti senza estendersi a terzi.
Poiché la Corte non decide della costituzionalità di alcunché, se non di una questione di legittimità costituzionale, le decisioni di rigetto non vertono dunque, a rigore, né su leggi, né su disposizioni, né su norme .


Sentenze interpretative:

Il fatto che uno stesso enunciato, o più enunciati in combinato disposto, possano esprimere diversi significati, riverbera un'importante conseguenza sul giudizio di costituzionalità delle leggi: può infatti accadere che mentre una determinata interpretazione è conforme alla Costituzione, un'altra vi confligga.
Nel sottoporre al giudice una questione di costituzionalità, il giudice a quo o il ricorrente selezionano un significato tra quelli astrattamente ricavabili e alla Corte chiedono di pronunciarsi su quel significato (o norma). 
Per lo più, si tratta dell'interpretazione maggiormente plausibile e consolidata nella giurisprudenza, sovente avallata dalla Corte di Cassazione nell'ambito della sua funzione di nomofilachia (ovvero, uniforme applicazione del diritto): il c.d. diritto vivente.
Le variabili che possono configurarsi sono dunque numerose e precisamente:
a) il giudice sceglie il significato consolidato, e la Corte interpreta la disposizione nel medesimo senso;
b) il giudice sceglie un significato diverso da quello consolidato e la Corte - accedendo a quella interpretazione - su esso si pronuncia;
c) il giudice sceglie il significato consolidato, ma la Corte si pronuncia sulla norma che è il significato consolidato.
Di volta in volta, poi, la Corte può decidere nel senso dell'accoglimento, o nel senso del rigetto, moltiplicando le combinazioni possibili.

Le pronunce che ne conseguono sono ascritte dalla dottrina alle species delle sentenze interpretative di accoglimento o di rigetto ogni qualvolta la Corte anziché pronunciarsi seccamente sulla norma eccepita, prospettando un'altra interpretazione delle disposizioni in questione statuisce in termini di rigetto o
di accoglimento «nei sensi e nei limiti indicati nella motivazione».
Oggi giorno, Corte costituzionale e Corte di Cassazione sono maggiormente rispettose dei rispettivi ambiti di competenza: l'una, evitando ad utilizzare interpretazioni conformi alla Costituzione, ma che non trovano riscontro nella giurisprudenza di Cassazione; l'altra, rinunciando a contrapporre proprie interpretazioni a quelle offerte dalla Corte costituzionale, ogni qualvolta vi siano contrasti giurisprudenziali in seno alla stessa Corte di Cassazione, o questa non si sia ancora pronunciata.


Sentenze additive e sostitutive:

Si sostiene di solito che, mediante le pronunce additive e quelle sostitutive (si usano però anche altre locuzioni: sentenze manipolatrici, decisioni creative ecc.) la Corte si fa legislatore: anziché emettere un contrarius actus, espellere una disposizione dall'ordinamento, vi aggiunge qualcosa.
La dottrina prevalente definisce «additive» quelle sentenze di accoglimento con cui la Corte annulla una disposizione «nella parte in cui non prevede» una determinata regolazione; e designa col nome «sostitutive» le decisioni che dichiarano l'incostituzionalità di una disposizione nella parte in cui prevede una cosa anziché un'altra.

Nel primo caso, anche se la sentenza è di accoglimento, la Corte non elimina la disposizione dall'ordinamento; al contrario, la integra con un'ulteriore normativa; l'incostituzionalità c'è solo se si legge la disposizione senza la parte aggiuntiva.
Nel secondo caso, la Corte opera interamente su frammenti linguistici, e sostituisce parte di un enunciato con un'altra: quale archetipo di tal tipo di pro, viene solitamente ricordata la sent. n. 15/1969, con cui essa dichiarò l'incostituzionalità dell'art. 313 c.p., nella parte in cui conferiva al Ministro di grazia e giustizia anziché alla stessa Corte il potere di dare l'autorizzazione a procedere per il reato di vilipendio della Corte.
Si noti, infine, che effetti lato sensu additivi presentano altresì le pronunce con le quali la Corte scopre o introduce principi generali. Nel caso delle pronunce additive di principio, che presentano alcune varianti, la Corte fa salva la norma, ma indica il principio costituzionale cui il giudice (e un domani il legislatore) deve attenersi nell'interpretarla e nel risolvere i casi, aggiungendo così un ulteriore elemento di "diffusione" nel sistema.



Rapporti col legislatore:

Nel suo "dialogo" col potere legislativo, la Corte si avvale largamente delle motivazioni delle proprie pronunce: non solo in esse spiega la ratio che ha condotto a una certa decisione; non solo, nelle sentenze interpretative, illustra precisamente il significato del dispositivo; ma inoltre, attraverso gli obiter dicta (ossia le argomentazioni non essenziali contenute nella motivazione), essa illustra le proprie concezioni quanto alle discipline più conformi alla Costituzione, ai tempi entro i quali esse vanno adottate, alle circostanze che la inducono a far salva, ma transitoriamente, una disciplina: mediante le c.d. sentenze monito, o ottative, o di indirizzo - il cui dispositivo può essere o di accoglimento, o di rigetto - la Corte costituzionale sollecita poi il potere legislativo a provvedere perchè l’ordinamento venga adeguato ai (mutevoli) significati della Costituzione.