Diritto Costituzionale: risvolti in caso di conflitto fra Legge ordinaria e Costituzione



In astratto, si possono immaginari diversi modi con cui si risolve il conflitto tra la legge ordinaria e la Costituzione. Ecco alcune ipotesi:

A)   Spesso il conflitto può essere risolto in via d'interpretazione
     la disposizione legislativa (o regolamentare) viene interpretata in modo da ricavarne norme conformi alla Costituzione(Interpretazione conforme a Costituzione).

B)   Ma se la conciliazione si dimostra impossibile, se cioè la lettera della disposizione non consente di adeguarne il significato al  principio costituzionale senza farle violenza il giudice dovrà sospendere il giudizio e porre alla Corte costituzionale la questione di legittimità costituzionale della legge in questione. 
      L'art. 134 Cost, concentra sulla Corte costituzionale la giurisdizione sulla legittimità delle leggi. 
      - Può essere che la Corte dissolva il dubbio sollevato dal giudice attraverso una diversa interpretazione della disposizione costituzionale, tale per cui l'antinomia rilevata dal   giudice si dimostri inconsistente: in questo caso la pronuncia della Corte sarà di infondatezza della questione e di conseguenza il giudizio principale potrà riprendere.
      - Può essere invece che la Corte risolva la questione operando l’interpretazione adeguatrice della legge, in modo da ricavarne una norma conforme a Costituzione: in questo caso emanerà una sentenza interpretativa di rigetto, con un dispositivo che rinvia alla motivazione per leggervi l'interpretazione della disposizione impugnata che la Corte ritiene corretta.
      - Può essere, infine, che la Corte riconosca il fondamento della questione sollevata dal giudice, pronunciando una sentenza di accoglimento: questa può avere ad oggetto un intero atto (per es. perché affetto da vizi formali o di competenza), una sua disposizione od anche una norma ricavabile da quella disposizione
      La disposizione può essere dichiarata illegittima non solo per la norma che esprime ", ma anche per la norma che non esprime,- ossia per il fatto di essere fraseggiata in modo da non consentire all'interprete di ricavare quella norma che renderebbe compatibile la disposizione stessa con la Costituzione.
      È la sentenza della Corte,dunque, .ad aggiungere questa norma(sentenze addittive) .

C)   Se per questa via il giudice può raggiungere la necessaria "coerenza" dell'ordinamento, in un numero molto meno elevato di casi la Costituzione può consentirgli di risolvere anche il problema della "incompletezza".
     Ciò accade quando, in assenza in una disposizione precisa di legge rilevante per il caso in giudizio, sia possibile ricavare direttamente ; dai principi costituzionali la regola da applicare(Applicazione diretta di norme costituzionali).

   
   Interpretazione conforme a Costituzione 
    
   L' ’interpretazione conforme" alle norme di grado superiore è un canone interpretativo molto accreditato in tutti i sistemi giuridici.
     Gia’ nella sua terza decisione (sent. 3/1956), la Corte delinea per  la prima volta il modello delle sentenze interpretative di rigetto. 
      
   Da un lato è apparso che questo tipo di pronunce segnasse l'abdicazione della Corte dal ruolo di "interprete monopolista" della Costituzione, allargando a dismisura quelli che vengono chiamati gli elementi di controllo diffuso". Infatti la Corte fissa questo canone non soltanto Per  giustificare le proprie sentenze interpretative di rigetto, che sconfessano l'interpretazione "non adeguata" proposta dal giudice a quo.
      La Corte insomma mostra di non considerarsi affatto la detentrice monopolista dell'interpretazione costituzionale, ritenendo viceversa che spetti anzitutto al giudice ordinario il compito di interpretare la Costituzione utilizzandola come fonte dell'ordinamento, dotata della stessa "produttività" normativa delle altre fonti (ferma restando la superiorità gerarchica delle sue norme rispetto ad ogni altra). 
      
     Si fissano così due punti essenzialianzitutto che non cè separazione tra l'ordine costituzionale e l’ordine legislativo, né tra gli interpreti del primo e gli interpreti del secondo; in secondo luogo, che la collaborazione tra la Corte costituzionale e i giudici ordinari intercorre tra due soggetti che si distinguono per i loro specifici compiti, non per la diversa natura della rispettiva funzione. 
      Molto spesso è il giudice ordinario a procedere all'interpretazione "costituzionalmente orientata"   senza alcun bisogno di attendere l'intervento della Corte costituzionale.
     Quando invece la "saldatura" tra le due fonti non è possibile, perché il testo della legge non consente un'interpretazione adeguatrice, l'intervento "demolitorio" della Corte costituzionale si rende indispensabile: solo con la rimozione della disposizione legislativa potrà essere consentito al giudice di ottenere una "norma del caso" che non contraddica la Costituzione.



   
    Le Sentenze Addittive    
     
     Tutte le sentenze di accoglimento della Corte costituzionale hanno "conseguenze normative": dichiarare illegittima una disposizione di legge modifica il sistema normativo, poiché si vieta che quella disposizione (e le norme che da essa possono essere fatte derivare) sia applicata in qualsivoglia giudizio.     
*    Con la "sentenza di accoglimento" la Corte dichiara l'illegittimità costituzionale della disposizione impugnata. La sentenza ha valore costitutivo, nel senso che, benché il contrasto con la Costituzione sia certamente sorto in precedenza, e solo con la sentenza che esso è accertato (e la legge invalidata).
     Di conseguenza, l'effetto della dichiarazione di illegittimità è di vietare l'applicazione della norma invalidata: ogni qual volta il giudice si trovasse di fronte ad un rapporto giuridico al quale deve essere applicata la norma dichiarata illegittima, è tenuto ad astenersi dall'applicarla, e a basare il proprio giudizio su altre disposizioni.
     
   Vi sono però sentenze "interpretative" di accoglimento, dette anche "manipolative", nelle quali l'effetto "normativo" è particolarmente vistoso. 
    Queste sentenze sono variamente classificate, per le diversità che presentano i loro dispositivi. Vi si ritrovano (a tacere di ulteriori più sottili distinzioni):
      - sentenze di accoglimento "parziale", in cui viene colpita da annullamento solo un ristretta parte della disposizione, forse anche un solo inciso; 
      - sentenze c.d. "sostitutive", in cui si dichiara illegittima la disposizione impugnata nella parte in cui prescrive un determinato comportamento "anziché" un altro;
     -  ed infine le sentenze "additive".Le sentenze "additive" presentano un aspetto ulteriore, quello di "aggiungere" una norma ad un testo che non sembrava capace di esprimerla. Questo significa che la stessa disposizione di legge può essere : dichiarata illegittima numerose volte, senza che il testo ne venga intaccato , ma con la "addizione" incrementale ad esso di "significati", di norme.
       
     Con le sentenze "additive" la Corte opera una vistosa produzione normativa, aggiungendo alla disposizione posta dal legislatore una o più norme che il legislatore aveva (talvolta volutamente) omesso.
      Questa opera "creativa" della Corte è stata spesso contestata, in quanto la produzione di norme spetta al potere legislativo, non al giudice.
•   L'aspetto forse più interessante delle sentenze additive è che esse rappresentano un meccanismo di produzione di norme che si basa su un'intensa collaborazione del giudice con la Corte costituzionale.
      Le sentenze additive nascono di solito dalla richiesta del giudice di estendere le prestazioni o le garanzie previste dalla legge alla situazione di cui si trova a trattare, ritenendo che l'èsclusione di essa non sia ragionevole; il che significa che in genere le sentenze additive sono la conseguenza di un giudizio di ragionevolezza, basato di regola sul principio di eguaglianza.
      
     Siccome il giudizio di ragionevolezza si basa sulla giustificazione delle  differenziazioni o delle parificazioni di trattamento, per provocarlo il giudice deve formulare con molta cura il petitum. La Corte, infatti, non si ritiene libera di "inventare" la norma da aggiungere al significato normativo della disposizione, ma pretende che sia il giudice remittente a indicare con precisione il "verso" dell'addizione, ossia la norma da aggiungere alla disposizione impugnata; deve perciò formulare la norma da aggiungere attraverso la definizione di una fattispecie astratta che però non si allontani più del necessario dalla fattispecie concreta del suo caso. 
     La Corte non può pronunciarsi extra petitum; procede a sua volta, come è usuale dire con una metafora "poetica", per "rime obbligate": integra il testo legislativo completando il "verso" scritto dal legislatore aggiungendo quella parola, suggerita dal giudice a quo, che, sola, può far ritornare il calcolo delle rime - cioè, fuori di metafora, ripristina la coerenza sistematica dell'ordinamento.

      Si potrebbe proporre un teorema: tanto più il giudice a quo riesce a "fotografare" nel petitum il caso che gli è sottoposto, e a evidenziarne le particolarità che lo rendono assimilabile o non-assimilabile alla fattispecie assunta come tertium comparahonis, tanto più probabile sarà che la Corte costituzionale accolga la questione, poiché potrà operare, nel complessissimo organismo del diritto, interventi chirurgici ablatori estremamente circoscritti.


c  Applicazione diretta di principi costituzionali:
      Nei casi esaminati sinora, l'applicazione dei principi costituzionali ai rapporti giuridici si compie in via indiretta, o attraverso l'interpretazione "adeguatrice" della legge o attraverso la dichiarazione di illegittimità di una disposizione legislativa, per quello che essa esprime o per quello che omette di prevedere.



      Ma vi sono casi in cui, invece, al giudice ordinario accade di applicare direttamente i principi costituzionali, trovando in essi, e non nella legge ordinaria, la regola del caso.
     Ciò si verifica soprattutto in alcune ipotesi:

    a)    è inevitabile ricordare i casi, in cui le norme costituzionali vennero direttamente applicate dai giudici nel periodo di transizione tra l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana e l'inizio dell'attività della Corte costituzionale  . Ma anche in seguito vi sono stati esempi di applicazione della Costituzione come fonte diretta della regola del caso.(es art. 36 e 37).
  
  b)   seconda ipotesi si realizza quando la Corte costituzionale dichiara l'illegittimità di disposizione in cui il legislatore ha fissato un assetto troppo rigido degli interessi, impedendo al giudice di comporre il loro conflitto in relazione al caso concreto.
     Sono casi di "delega di bilanciamento",in cui la Corte costituzionale, fissata la "topografia" degli interessi rilevanti in gioco, affida al giudice il compito di valutare le circostanze di fatto e di elaborare di conseguenza la "regola di prevalenza" con cui giustificare il bilanciamento.
   
   c)    una terza ipotesi riguarda i casi in cui il giudice si trova di fronte ad una vera e propria lacuna dell'ordinamento. Vi sono comunque casi in cui è evidente che il divieto di non liquet impone al giudice, come indica lo stesso art. 12 delle Preleggi, di ragionare in base ai "principi generali dell'ordinamento giuridico": oggi è perciò inevitabilepartire dai principi costituzionali.
     Vi sono esempi più o meno noti e in genere piuttosto recenti.
    
     Particolare risonanza hanno avuto d le sentenze della Cassazione civile in merito al "caso Englaro": in esse infatti la Corte ha affrontato, e come essa stessa riconosce  "una delicata opera di ricostruzione della regola di giudizio nel quadro dei principi costituzionali", in assenza di specifiche norme legislative, per decidere in merito alla richiesta di interrompere trattamenti sanitari presentata dal tutore della persona in stato  vegetativo persistente e permanente, pur non essendoci alcuna dichiarazione anticipata di trattamento.



Argomentazione approfondita prendendo come riferimento Bin ,Pitruzzella, 2009. Le fonti del diritto. 3rd ed. Torino: Giappichelli Editore.