Diritto Costituzionale: il giudice come Interprete


"Ordinamento giuridico" e "sistema delle fonti" come esigenze dell'interprete:

Che cosa sia il diritto è una domanda che il giurista non affronta volentieri. Se ne libera di solito delegandolo al filosofo del diritto
Ciò che è o non è diritto appare per lo più come un problema "metagiuridico".

Per dire che cosa sia il diritto si ricorre ad una metafora, quella della "fonte".
Le fonti del diritto sono tutti quei documenti o quei comportamenti accreditati della capacità - inesauribile, ed è questo che vuole significare anzitutto la metafora - di produrre regole che possono essere fatte valere, direttamente o indirettamente, davanti ad un giudice. 

Nella nostra esperienza attuale le "fonti" del diritto  sono tutte imputabili allo Stato, o ad enti da esso derivanti (la Comunità europea o il diritto internazionale, sul piano sovrastatuale, le Regioni o eli enti locali nella dimensione substatuale). 
'Queste "fonti" generano norme giuridiche e queste concorrono a formare l’ ordinamento giuridico
Per comodità il giurista attribuisce all'ordinamento giuridico alcune caratteristiche:
 In primo luogo le caratteristiche della coerenza e della completezza: "si dice «coerente» quell'ordinamento in cui non esistono norme incompatibili: si dice, invece, «completo» quello in cui esiste sempre una norma o la norma con questa incompatibile" .

Tuttavia i miti  della coerenza e della completezza appartengono ai presupposti con cui opera il giurista, chiamato ad interpretare il diritto e ad applicarlo ai casi concreti.
Negli ordinamenti moderni, infatti, ad un contrasto tra regole giuridiche o di fronte ad una "lacuna" di disciplina, non è ammesso né "denegare giustizia", ossia rinunciare al giudizio per mancanza delibila regola da applicare (il c.d. non liquet).
L' atto legislativo si stacca, si "estranea" dalle intenzioni soggettive dell'organo che l'ha emanato, per assumere un significato "oggettivo" nel sistema giuridico.
Il distacco dell'atto normativo dalla volontà politica segna la condizione perché sia possibile tracciare la linea di separazione tra i poteri, tra il momento della “legislazione" e il momento della "applicazione" delle leggi.'

L'interprete deve "costruire" il significato della disposizione da applicare, e per farlo deve individuarne la ratio, il principio; quale fosse l'intenzione originale del legislatore.
il legislatore esaurisce il suo compito (e il suo potere) nello scrivere regole generali e astratte, destinate perciò ad essere applicate ad una quantità indeterminabile di casi.
 Spetta ai soggetti dell''interpretazione e dell''applicazione del diritto ricostruire ogni singolo caso concreto ed elaborare la regola giuridica che ad esso va applicata.

La "completezza", la "coerenza", la "razionalità" di un legislatore che non può essere né "contraddittorio" né "ridondante", sono spesso richiamate dagli interpreti come caratteristiche necessarie della legislazione, su quali è possibile fondare tutta una serie di argomenti utili all'interpretazione. Ma non sono certo qualità che possano essere seriamente attribuite al " legislatore .

Se dovessimo fare la fotografia dell'insieme di atti normativi che vigono in Italia dovremmo accettare la premessa diametralmente opposta, se non dell'incompletezza, quantomeno della strutturale incoerenza, contraddittorietà e ridondanza della legislazione.
Per l'interprete che l" ordinamento giuridico" sia un "sistema" coerente e completo è un paradigma della sua "scienza".